"Frailty – Nessuno è al sicuro" di Bill Paxton

Capita raramente di assistere ad un esordio in cabina di regia intenso ed emozionante come quello dell'attore Bill Paxton con il suo Frailty, opera prima che attraversa gli esili margini dei generi cinematografici per poi adagiarsi lentamente negli spazi immobili di quel che rimane del miglior cinema d'autore. Una deriva dell'occhio che inizia fin dalle prime inquadrature, incorniciate in interminabili flashback e scandite da una voce – off che lascia crescere tensione ed inquietudine, immergendo lo spettatore nelle pratiche di un oscuro ménage familiare, in una "piccola bottega degli orrori" dove si rincorrono apparizioni di un angelo sterminatore, un'incredibile missione di purificazione sociale ed una serie interminabile di corpi smembrati a colpi d'accetta. Eppure Frailty non è un horror né un thriller e rimarrà deluso chi si aspetta sequenze ad alta gradazione di adrenalina: qui l'orrore è un germe, un batterio che si insidia nei vicoli e negli anfratti più bui della quotidianità corrodendone dall'interno riti e strutture dell'ordinario, in un gioco al massacro che sembra non risparmiare nessuno. Quasi una partita a scacchi che Paxton conduce magistralmente costruendo un set squadrato fra il roseto e la cantina di una modesta fattoria della campagna yankee, affogato sui volti dei protagonisti ma in costante tensione con la voce della memoria di un "futuro anteriore" dove apparenza e realtà si sovrappongono continuamente. Fino alle sequenze finali che rileggono il flusso narrativo capovolgendone senso e significato in un detour narrativo degno di film come The Others di Amenábar o Il sesto senso di Shyamalan.



Ma anche questa volta lo spettatore non deve lasciarsi trarre in inganno perché Frailty è soprattutto un film d'attori, quasi un Bildungsroman sull'infanzia come nascita di un orrore totale che rifiuta ogni trascendenza e riposa nell'immanenza della fine di ogni utopia comunitaria (famiglia, istituzioni, società civile) nell'America degli anni '80. Il male è dappertutto, sembra dirci Paxton, e l'unico antidoto è un atto di fede assoluto, quella follia liberatoria che allenta le maglie del macabro e logoro razionalismo occidentale ristabilendo una sanguinaria idea di giustizia universale.  


Ecco perché all'esile trasparenza dei fantasmi di Amenábar, Paxton oppone la politica fisicità dei suoi sgradevoli personaggi (poliziotti matricidi, anziani pedofili, tranquille signore col vizio del delitto), tutti attori di un dramma psico-sociale che sembra rileggere le pagine di un racconto di Stephen King o accarezzare dolcemente le sequenze di una pellicola dimenticata sul male della comunità e dell'adolescenza come  Riflessi sulla pelle di Philip Ridley – anche qui si trattava di una sconvolgente opera prima -, per poi  precipitare dolcemente verso atmosfere dall'inconsolabile sapore mistico ed escatologico.


 


Titolo originale: Frailty
Regia: Bill Paxton
Sceneggiatura: Brent Hanley
Fotografia: Bill Butler
Montaggio: Arnold Glassman
Musica: Brian Tyler
Scenografia: Nelson Coates
Costumi: April Ferry
Interpreti: Bill Paxton (padre), Matthew McConaughey (Adam), Powers Boothe (agente Wesley), Matthew O'Leary (Fenton ragazzo), Jeremy Sumpter (Adam ragazzo), Luke Askew (sceriffo Smalls), Levi Kreis (Fenton), Derk Cheetwood (agente Griffin Hull), Missy Crider (Becky), Alan Davidson (Brad White)
Produzione: David Blocker, David Kirschner, Corey Sienaga
Distribuzione: Media Film
Durata: 99'
Origine: Usa, 2001