Framing Britney Spears, di Samantha Stark

Un documentario ambizioso ma imperfetto, che opta per un approccio convenzionale e non approfondisce le decine di spunti inediti che incontra, perdendo così il focus dell’analisi. Dal New York Times

To Frame: UK: /ˈfreɪm/      US:/freɪm/

Circoscrivere, descrivere

 

Incastrare, incriminare senza prove (gerg. giudiziario)

Incorniciare (di un immagine)

Il senso profondo di Framing Britney Spears lo si capisce solo a partire da questa divisione tripartita dei significati del verbo To Frame 

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Solo partendo da una base linguistica è possibile capire gli obiettivi e i limiti del documentario di Samantha Stark, nato per attaccare il provvedimento di conservatorship, a causa del quale le decisioni lavorative ed il patrimonio della Spears sono sotto il controllo del padre Jaime dal 2008 e che tuttavia si protrae, forse abusivamente, ancora oggi, dopo che la Spears ha abbandonato da tempo gli eccessi del passato.

Ad una prima occhiata il documentario, prodotto sotto l’egida del New York Times, appare come un prodotto ambizioso ma sghembo, a causa della sua incapacità a trovare una via di comunicazione proficua tra le accezioni del verbo To Frame, vere linee guida per l’indagine. 

Già nelle sue sequenze iniziali il progetto manifesta l’evidente fraintendimento del passo attraverso cui circoscrivere la figura della Spears. 

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La Stark inizia studiando il movimento #freeBritney, la comunità di attivisti nata dal fandom della cantante che da tempo si è mobilitata per fare luce sul provvedimento giudiziario che la riguarda e per “liberarla” dalla tutela. Si tratta in effetti un percorso promettente, che incrocia tanto i linguaggi della rete e la vetrinizzazione di sé quanto i meccanismi del fandom, ma che soprattutto potrebbe offrire un punto di vista inedito sulla figura della popstar contemporanea. 

Dopo il prologo, tuttavia, qualcosa cambia. È il classico “passo indietro”, attraverso cui si vuole capire come si è arrivati fin lì ma è anche il primo, fondamentale passo falso del documentario.  

La regia finisce infatti quasi sopraffatta dal marasma di immagini d’archivio e opta per la strada più sicura.  

Framing diventa dunque “circoscrivere”, raccogliere e mettere in comunicazione i dati senza tuttavia orientare la narrazione.  

Peccato, perché mentre la diegesi scava nella carriera di Britney, incrocia decine di spunti che potrebbero aprire parentesi utili a rileggere in maniera inedita il rapporto tra Britney Spears ed il suo tempo.  

La cantante diventa dunque una sorta di parafulmine ideologico, che ha anticipato gran parte delle tensioni che animano la società contemporanea, da certe istanze del movimento #metoo, alle modalità in cui i media hanno prefigurato certe psicosi della rete, tra hating e scandali fotografici, un’entità che ha subito una graduale spersonalizzazione e che, dopo la conservatorship, è ridotta a icona vuota priva di una propria volontà. 

L’obiettivo è creare un monstrum culturale che raccolga le ambiguità del presente ma il risultato è piuttosto un ritratto malfermo e non sostenuto da un’architettura critica abbastanza forte. 

Persa tra gli archivi, Stark tralascia le altre due linee di ricerca, a cui dedica, frettolosamente, solo l’ultimo, breve atto del progetto. 

Lo sguardo sul processo di Framing Britney Spears è privo della grinta che un progetto veramente d’inchiesta dovrebbe avere e soprattutto appare particolarmente disorganizzato, tra blandi attacchi a Jaime Spears, debole strategia difensiva e totale mancanza del contraddittorio dell’accusa.  

La stessa superficialità si ritrova anche nel racconto del rapporto tra Britney, fandom e digitale, che la regia riduce ad elenco di atteggiamenti con cui la Spears ha raccontato sé stessa sui social o di pratiche attraverso cui i fan hanno interagito con la cantante in rete.  

Stark si imbatte in dibattiti, in podcast che analizzano i canali social di Britney, in fan che streammano dall’esterno del tribunale eppure la sua sembra una semplice registrazione di fatti curiosi, che rimangono privi dell’approfondimento che in realtà dovrebbero avere. 

Framing Britney Spears è dunque un documentario che non sa quello che vuole e che approccia l’argomento della sua indagine privo degli strumenti adatti, complici, forse, anche le decine di testimoni che hanno scelto di non comparire nel documentario in realtà, negandogli tuttavia in questo modo quello sguardo a 360 gradi che avrebbe giovato alla vicenda. 

Il progetto di Samantha Stark, pur in buona fede, non riesce quindi a nascondere la sua fragile impalcatura argomentativaDell’ambizioso e sfaccettato ritratto di Britney e della sua difficile situazione a cui Stark puntava fin dall’inizio non rimane altro che uno straordinario panorama di rovine da cui, forse, qualcuno potrà ripescare alcuni dei promettenti spunti lasciati indietro e tornare ad approfondirlo come merita. 

 

Titolo originale: id.
Regia: Samantha Stark
Durata: 74′
Origine: USA, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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