Francesco De Carlo – Un comico fuori dalla comfort zone

Quando qualche settimana fa avevamo parlato della Brexit, cercando di capire come avevano reagito gli artisti britannici allo psicodramma nazionale, ci eravamo dimenticati un punto di vista importante: quello degli italiani a Londra che provano a far fortuna portando la propria arte all’ombra del Big Ben.
Messa così la questione, non ne vogliano le decine e decine di cervelli costretti a fuggire dal nostro Paese, raccontare le eroiche gesta di Francesco De Carlo in terra celtica diventa un fatto, se non imprescindibile, quanto meno emblematico.

Perché tra i sogni del comico romano, convinto più che mai che un giorno l’Apollo Theatre di Londra lo avrebbe ospitato trionfante, e l’effettiva realizzazione di un’avventura già di per sé complicata, ci si è messo, pochi giorni prima della partenza, un fatto storico non del tutto trascurabile: un 48 a 52 in favore dei leavers per salutare il sogno europeo e sprangare le porte a tutti quei migranti innamorati della perfida Albione.

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Per fortuna però il buon Francesco è persona di spirito. L’ha presa a ridere ed è atterrato a Stansted conscio del fatto di essere «nel posto giusto al momento sbagliato».
Sembravano lontani i tempi di Radio Globo e le serate stand up alla Locanda Atlantide di Roma. Proprio quel palchetto nel cuore del quartiere San Lorenzo, condiviso tra l’altro con gente tipo Saverio Raimondo (che sarà il terzo comico a sbarcare su Netflix, dopo Edoardo Ferrario e lo stesso De Carlo), è un trampolino di lancio eccezionale per le ambizioni del nostro eroe-comico.
Così, dopo la gavetta in tv tra Rai 3 e La7, il momento di tentare la sorte nella patria della stand-up comedy arriva con urgenza.

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L’esperienza viene documentata con un diario di bordo di quattro puntate su Rai 3, Tutta colpa della Brexit ed un libro edito Bompiani dal titolo La mia Brexit.
E l’all-in tentato da Francesco De Carlo alla fine ripaga alla grande: Mick Perrin come agente (lo stesso di Eddie Izzard); il Fringe Festival di Edimburgo; l’esordio sulla BBC ed i sold out nel centralissimo Soho Theatre di Londra, proprio lì dove le insegne dei teatri sono luminose come quelle dei casinò di Las Vegas.

La consacrazione definitiva arriva con Cose di questo mondo, stand-up show caricato direttamente su Netflix.
In La mia Brexit, racconta:  «Il mondo dello spettacolo, per definizione avanguardia di sperimentazione sociali, da noi è doppiamente rallentato da un’apologia del passato e da una diffidenza nei confronti del futuro e di chi il futuro lo rappresenta».

Proprio in contrapposizione a questo approccio così conservatore, Francesco De Carlo ha abbandonato la sua comfort zone per misurarsi con palcoscenici ad ogni latitudine, emancipandosi da certa comicità de noantri per costruire monologhi figli dei voli low-cost.
In Cose di questo mondo il comico romano dà l’impressione di proporre uno spettacolo di respiro davvero internazionale, impostato, oltre che sulla parola, anche sul gesto, sulle espressioni da cartoon.
Con la faccia pacioccona ed il fisico ciondolante da bevitore di birra provetto, De Carlo tiene insieme un universo fatto di canne fumate davanti alla tv e di discorsi seri sull’immigrazione. Il suo è impegno politico e disimpegno goliardico che si incontrano, si stringono la mano e funzionano a Milano come a Seul.

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Sin dai tempi di Un due tre stella su La7, De Carlo vanta un black humour che non poteva lasciare insensibile il pubblico anglosassone e che di certo ben dispone chi da noi era stanco della comicità perbenista e grossolana.
Allora uscire da quella comfort zone deve essere servito davvero. La parabola di Francesco De Carlo è infatti quella di un comico che si apre a nuovi linguaggi per far ridere (il suo Data Comedy Show su RaiPlay), ma anche quella di un uomo che si lascia contaminare dalle cose del mondo, che assorbe e si fa assorbire e che, soprattutto, ha tanta sete di novità.

Per questo, spulciando sul sito di Mick Perrin, si scorge già il prossimo appuntamento col Festival di Edimburgo 2019. Nonostante la gastrite ed i ritmi da stacanovista dell’improvvisazione.