Franz, di Agnieszka Holland
Con la libertà poetica della biografia non autorizzata porta in scena eventi reali e verosimili della vita di Franz Kafka. Antibiopic magico, come la Praga dello scrittore. Dal Trieste Film Festival
Nell’era nozionistica per eccellenza e dentro quello che non prova nemmeno a fare finta di essere una trappola per turisti della letteratura (i peggiori) la guida del museo Kafka snocciola questo dato: “È stato calcolato che il rapporto delle parole scritte da Franz Kafka rispetto a quelle redatte su di lui è di 1 su 10 milioni”. Questo slogan suona però soprattutto come la dichiarazione di intenti che a tre quarti del film Agnieszka Holland si diverte ad esplicitare diegeticamente. Il suo Kafka, pur avendone spesso le forme, non è infatti un biopic ma un indisciplinato pastiche che vuole aggiungere materiale dall’esegesi volutamente nebbiosa alla messe di testi multimediali sullo scrittore del XXI secolo di cui più si è dibattuto. La regista polacca destruttura alcuni dei fatti più noti – il rapporto con il padre, gretto commerciante concentrato solo sull’arricchimento e sui propri traffici -, altri meno famosi – il “non verrò” telegrafato per rompere l’unica relazione passionale della sua vita, quella con Milena Jesenská – e altri quasi sconosciuti della sua vita in un’amalgama non cronologica, estemporanea sia dal punto di vista temporale che da quello consequenziale. Holland, che ha studiato proprio a Praga nel ’68, si fa qui irresistibilmente sedurre dallo spirito contestatario dei suoi anni giovanili e da quello del suo oggetto di studio perché, nonostante il grigio e tetro sedimento che la storia ci ha portato, Kafka è pur sempre stato un valente assicuratore che in modi storti e bislacchi passava le notti a scrivere di uomini tramutatisi in una notte in insetti o coinvolti in processi senza capi d’accusa.
Caricando espressionisticamente alcune sequenze (l’incubo freudiano dopo aver visto i genitori fare sesso) o rompendo la finzionalità del racconto biografico (i personaggi che parlano in macchina come se fossero intervistati in un doc per piattaforme), la regista tedesca con il suo sguardo indipendente rompe la sacralità del culto che ruota attorno all’intellettuale e che, seguendo come sempre il fiume di tutto ciò che è accettato acriticamente in forma religiosa, ha portato oggi ai succulenti Kafka burger, come si vede in una delle scene più riuscite del film. Sempre vitale anche se mai conciliato con sé stesso, in questo film Franz Kafka ama perfino con ardore la traduttrice tedesca dei suoi libri (solo una volta, è vero, ma è pur sempre una in più di molti scrittori figurativamente più rock di lui), urla ad un povero mendicante sulla verità di una singola parola, rompe un matrimonio che gli avrebbe dato quiete sociale e, soprattutto, ride e sorride più volte.
D’altronde, come diceva già David Foster Wallace in un suo scritto del 1999 dal solito geniale titolo, “Alcune considerazioni sulla comicità di Kafka che forse dovevano essere tagliate ulteriormente”, lo scrittore boemo è sempre stato comico. Come scriveva anche il sodale Max Brod che Holland finalmente riprende con umanità togliendo quell’alone parassitario che aleggia ancora sul suo unico vero grande amico, “Kafka rideva volentieri e cordialmente e sapeva far ridere gli amici”, come si vede anche in un paio di significative sequenze del film. Cosa c’è, infatti, di più divertente che immaginare l’uomo di fronte alle assurdità più peregrine come modo molto pratico (altro che allegoria!) di ridicolizzare i suoi spesso stupidi affanni? Ecco che la chiusura di Kafka non può che allora essere beffarda ed essere affidata ancora una volta al centralino del Museo che, interpellato dall’assillante questuante, con voce digitale (ma forse permeata da un tono leggermente ironico: è anche questo un incubo kafkiano?) dice: “Se desidera un incontro con Franz Kafka dica Franz”. Franz.



























