Freaks Out, di Gabriele Mainetti

Un fantasy bellico con dentro il circo, la guerra, l’occupazione tedesca, i cinecomics, i mostri degli horror di inizio anni ’30. Non ha il senso della misura, ma è di una generosità totale. Concorso

È sotto la luce che c’è la magia, la tragedia, la trasformazione. La stessa che illumina lo schermo. Freaks Out potrebbe essere il mascherato ‘film nel film’,che scorre per circa 140 minuti come un tendone ambulante del cinema lunghissimo e infinito. Dentro c’è il circo, la guerra, l’occupazione tedesca, i cinecomics, i mostri degli horror di inizio anni ’30. Dopo la trasformazione sul Tevere di Enzo Ceccotti in Lo chiamavano Jeeg Robot, il cinema di Gabriele Mainetti alza l’asticella delle proprie ambizioni e firma un fantasy bellico che condensa tutto il suo cinema e le sue aspirazioni.

I superpoteri stavolta li hanno i quattro protagonisti di Freaks Out. Mario, interpretato da Claudio Santamaria, è una possibile reincarnazione del protagonista del film precedente del regista. Ha il corpo ricoperto di peli ma anche una grande forza. Matilde (Aurora Giovinazzo) ha l’elettricità come principale arma di difesa. Il nano Mario (Giancarlo Martini) è l’uomo-calamita. Cencio (Pietro Castellitto) infine muove gli insetti e li illumina a suo piacimento. Sono i componenti del circo di Israel (Giorgio Tirabassi) e si stanno esibendo in uno spettacolo dove stanno tirando fuori il loro repertorio migliore. Ma magia perà finisce. Ci sono gli aerei e le esplosioni dei bombardamenti. Il gruppo sogna di fuggire in America ma Isreael sparisce con tutti i soldi. È scappato o è stato catturato? I quattro personaggi restano così soli a Roma che è occupata dai nazisti e dove si trova il ZirkusBerlin, un’attrazione diabolica gestita dalla follia del pianista Franz (Franz Rogowski) che non vede futuro per il Terzo Reich.

È dalla luce della fotografia di Michele D’Attanasio, oggi uno dei migliori in Italia, che prende forma il secondo lungometraggio di Gabriele Mainetti, scritto dallo stesso regista assieme a Nicola Guaglianone (tratto da un suo soggetto) come il film precedente. Freaks Out ha insieme qualcosa di magico e maledetto, si ispira al capolavoro di Tod Browning del 1932 che di fatto ha ostacolato la carriera del regista anche se ‘mostri’ del cinema di Mainetti sono subito in trincea. Tra la fiaba nera di Tim Burton più dalle parti di Big Fish e la reinvenzione della Storia di Tarantino in Bastardi senza gloria, Freaks Out mette dentro tutto quello che può, dal cinema d’autore a quello popolare, dalla passione per i fumetti che arriva già dai corti del regista come, per esempio, la passione per Lupin III di Basette. E in più l’identità-mascherata, limite ma anche risorsa, già presente in Lo chiamavano Jeeg Robot,è anche in un altro corto del regista, Tiger Boy.

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È un cinema sovraccarico, così appassionato da non avere il senso della misura. Ma è proprio questa la forza di Freaks Out. La caricatura non sempre è definita, alcuni momenti sono meno affascinanti come quelli con gli antifascisti in azione dove il cinema di Mainetti non frena la deformazione dei suoi personaggi e a volte perde il controllo. Ma è anche un film pieno di illuminazioni, con l’idea dello smartphone (unico oggetto della modernità) in cui è la palla di vetro dove guardare il futuro. Si vede nell’efficace momento delle immagini che avvolgono e sono sul punto di strozzare Franz. Trova poi almeno due momenti di grande cinema: il numero al circo nazista con Matilde nella gabbia con la tigre e l’inseguimento dei cavalli al treno con i protagonisti che piombano dentro la carrozza piena di nazisti. In più tiene benissimo il ritmo. Freaks Out non ha cedimenti, magari può avere il limite di insistere un po’ troppo con uno schema che già funziona come nella sparatoria finale. Trova però anche la sua autentica anima popolare, viaggia nel tempo come Monicelli in L’armata Brancaleone e Benigni-Troisi in Non ci resta che piangere (e certe illuminazioni sembrano arrivare dal miglior cinema del regista toscano) e li combina con I fantastici 4. Claudio Santamaria, Pietro Castellitto, Giancarlo Martini e Aurora Giovinazzo (vista anche nei panni di Penelope in Immaturi e Immaturi. Il viaggio) che è la vera rivelazione del film e conferma il talento di Mainetti nel valorizzare giovanissime attrici dopo Ilenia Pastorelli in Lo chiamavano Jeeg Robot, potrebbero arrivare da un cinecomic; il personaggio di Matilde potrebbe essere infatti la versione al femminile di “La Torcia Umana”.

Con Lo chiamavano Jeeg Robot Mainetti aveva indicato una delle possibile nuove strade per il cinema italiano. Con Freaks Out, dove con lo sguardo in macchina di Tirabassi all’inizio del film si entra in uno spettacolo dai contorni sinistri ma anche accecante, le moltiplica anche con i tutti suoi difetti. Ma è un cinema di una generosità totale ed eccede perche da tutto se stesso.

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.08 (24 voti)
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