Freud, Satana, gli anni ’90. Alejandro Amenábar racconta Regression

“E’ vero, nel film sono evidenti i riferimenti al cinema dei seventies, non solo gli horror come L’esorcista ma anche la grana e il rigore di titoli politici come Il maratoneta o Tutti gli uomini del presidente… però vi confesso che l’opera che più di tutte avevo in testa mentre scrivevo è stata Freud, di John Huston: ascoltavo la colonna sonora del film proprio mentre lavoravo allo script!” Alejandro Amenábar tocca la tappa romana del suo tour di promozione per l’ultima fatica Regression, thriller psicologico con venature orrorifico-demoniache affidato alla coppia di star Ethan Hawke/Emily Watson: “qualche settimana fa ero a Parigi a promuovere il film e parlavo ai giornalisti proprio di quanto mi faccia paura la volontà che sento oggi negli uomini di fare volontariamente e deliberatamente il male…”.

D’altra parte il cineasta sottolinea più volte che, seguendo la divisione fatta da Guillermo Del Toro dei film di argomento satanista (quelli in cui il diavolo viene da fuori, e quelli in cui si annida dentro), Regression appartenga proprio alla categoria per cui i mostri sono in realtà soltanto le persone cattive: “sin da piccolo nutro un folle amore per il cinema dell’orrore, basti pensare al mio esordio Tesis per capirlo. Prima ancora di Agorà volevo tornare all’horror, ma le ricerche sul satanismo mi hanno profondamente annoiato, fino a quando non ho trovato la chiave giusta per me: le messe per il diavolo le ho viste così soprattutto come pretesto per compiere abusi sessuali.”
Il film è stato girato a Toronto, ma Amenábar ha voluto trasformare la metropoli in una cittadina grigia e piovosa degli States, per raccontare quella “nuova caccia alle streghe che si ebbe a cavallo tra gli ’80 e i ’90, una vera e propria isteria collettiva fomentata anche dai media e dai giornali, oltre che dai culti come le chiese evangeliche. I riferimenti ai rituali satanici sono un gioco consapevole con gli stereotipi che ognuno di noi associa a una tematica simile, i sacrifici di gatti neri, gli incappucciati, le formule, le pozioni…”

Il regista confessa di sentire di dare il meglio di sé nel ruolo di direttore del set, nella collaborazione continua con tutti gli elementi della troupe, compreso Ethan Hawke, oramai piccolo volto ritornante dell’horror recente, nonostante nella realtà odi mettere paura alle persone sullo schermo: “Ethan ha seguito le indicazioni su di un personaggio di cui non sappiamo nulla, ma che impariamo a conoscere attraverso le sue interazioni con le altre figure della storia. Ha recitato avendo in mente l’idea di un uomo che sembra sempre in dormiveglia”.
La regressione nella memoria è una tematica ricorrente nell’autore di Apri gli occhi, convinto sostenitore dell’assoluta fragilità della mente umana, dell’inaffidabilità del ricordo: “il nostro cervello non è una cpu, ogni volta che elabora un ricordo lo fa evolvere in maniera inaspettata. Sono una persona molto razionale ma quando scrivo mi lascio sempre una porta aperta verso la fantasia. Vivere di cinema non è più per me ormai una necessità economica quanto un’opportunità espressiva, quella di capire soprattutto le mie paure attraverso i film che faccio. Da questo punto di vista Regression è un film fatto di personaggi che sbagliano, è in sostanza la storia di un errore.