"Frida". di Julie Taymor

"Frida" vive delle sue passioni esibite, di un intellettualismo artistico che porta figure come Breton o Trotsky a essere pallide icone figurative e che soprattutto si serve di soluzioni visive che riecheggiano molto quegli inserti alla Jane Campion e che nascondono quella stasi di sensibilità di sguardo che penalizza il film della Taymor.

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Il kolossal biografico targato Miramax. Frida ripercorre l'esistenza tumultuosa di Frida Kahlo, personaggio femminile di spicco del Messico dei primi trent'anni del Novecento. Tratto dal libro ominimo di Hayden Herrera, la Taymor pone l'accento sull'attività artistica, sessuale e sentimentale (il matrimonio con il pittore Diego Rivera e la relazione con Leon Trotskij) e politica della protagonista. Certamente un'opera costruita a tavolino in maniera produttivamente esemplare, attrattiva nei colori accesi della fotografia di Rodrigo Prieto che illumina ambienti ora colmi di vita ora desertici e decadenti. Non c'è dubbio che Frida è l'abile compromesso tra la società dei fratelli Weinstein e il preciso didatticismo di Julie Taymorche nel 1999 esordì dietro la macchina da presa adattando il Tito Andronico shakesperiano in Titus – che tende spesso a racchiudere il proprio spazio rendendolo simile a un palcoscenico teatrale dove la scena si sviluppa prima e si consuma poi. Gli orizzonti più ampi sembrano preclusi al film della cineasta statunitense, che lascia esplodere il proprio cinema di parola dietro la recitazione dei protagonisti (Salma Hayek, Alfred Molina, Ashley Judd, Geoffrey Rush) in cui è spesso labile il margine tra il make-up e il corpo, oppure che tende a utilizzare in maniera ormai stancamente ludica (sempre sotto il segno della Miramax) fugaci apparizioni come quelle di Antonio Banderas o Edward Norton. Frida alla fine vive delle sue passioni esibite, di un intellettualismo artistico che porta figure come Breton o Trotsky a essere pallide icone figurative e che soprattutto si serve di soluzioni visive (Frida e Rivera che prendono forma davanti a un'immagine figurativamente ricca ma immobile) che riecheggiano molto quegli inserti alla Jane Campion e che nascondono quella stasi di sensibilità di sguardo che penalizza il film della Taymor. Alla fine in Frida l'arte e il sesso sono elementi già dati: manca però il processo di creazione artistica nel primo caso, e di seduzione e fisicità autentica nel secondo.


 


Titolo originale: Frida
Regia: Julie Taymor
Sceneggiatura: Clancy Sigal, Diane Lake, Gregory Nava, Anna Thomas dal romanzo di Hayden Herrera
Fotografia: Rodrigo Prieto
Montaggio: Françoise Bonnot
Musica: Elliot Goldenthal
Scenografia: Felipe Fernandez del Paso
Costumi: Julie Weiss
Interpreti: Salma Hayek (Frida Kahlo), Alfred Molina (Diego Rivera), Valeria Golino (Lupe Marin), Ashley Judd (Tina Modotti), Mia Maestro (Cristina Kahlo), Roger Rees (Guillermo Kahlo), Geoffrey Rush (Leon Trotsky), Antonio Banderas (David Alfaro Siqueros), Saffron Burrows (Gracie), Edward Norton (Nelson Rockfeller), Margarita Sanz (Natalia Trotsky), Omar Rodriguez (André Breton)
Produzione: Lindsay Flickinger, Sarah Green, Nancy Hardin, Salma Hayek, Jay Polstein, Roberto Sneider, Lizz Speed per Handprint Entertainment/Lions Gate Films/Miramax Films/Trimark Pictures/Ventanarosa Productions
Distribuzione: Buena Vista International Italia
Durata: 118'
Origine: Usa/Canada, 2002

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