Fuga a Parigi, di Azazel Jacobs

Michelle Pfeiffer, un figlio taciturno, una borsa piena di contanti e un gatto nero. Tra Allen e Buñuel, il regista gioca con il surrealismo e il cinismo della borghesia newyorkese. Su Chili

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Come la sua protagonista, French Exit – in Italia tradotto in Fuga a Parigi – è cinico e ribelle, non gli importa di seguire o non seguire gli schemi, mettendo in campo la propria visione anche se questa non porta da nessuna parte o rischia di non poter essere compresa. Presentato al 58esimo New York Film Festival, è l’adattamento dell’omonimo romanzo di Patrick deWitt, già collaboratore di Jacobs nel suo film Terri, che ritorna anche qui come sceneggiatore, deliziando con un pitch malignamente ironico in grado di racchiudere la tragicomicità dell’esistenza – in questo caso quella di una donna dell’alta società newyorkese, Frances Price, la quale si ritrova un patrimonio ormai esaurito e una vita che ha decisamente bisogno di una svolta. Sembrerebbe uno script abusato, non fosse che la donna ha deciso di togliersi la vita all’esaurimento dell’ultima banconota. Dopo aver speso la fortuna del marito ricchissimo e defunto, e rimasta ormai senza più entrate, questa socialite imperturbabile fugge a Parigi, stabilendosi nell’appartamento di un’amica fidata insieme a suo figlio Malcolm, taciturno e che l’accompagna dappertutto; a una borsa piena di contante, ricavato dalla vendita delle sue ultime proprietà; e a un gatto nero di nome Frank, forse reincarnazione del suo defunto marito.

Fuga a Parigi: è come se Buñuel avesse girato il fascino discreto di Michelle Pfeiffer su un set di Woody Allen, seppure senza la parte onirica o una vera e propria critica crudele all’élite moderna.
Il film, sebbene registicamente e narrativamente segua una traiettoria abbastanza ordinaria, va comunque per la sua strada, decidendo per sé come mettere in scena gli eventi e come dosare l’umorismo o che senso dell’umorismo perseguire.
Ne perviene la fascinazione per l’alta società del regista e dello sceneggiatore, anche se si palesa senza indagine, mostrandone solo un aspetto curioso, intimista. Molto lontano da Blue Jasmine nella rappresentazione e nel tono, ma molto vicino nel significato. Rispetto alla Jasmine di Allen, che non fa altro che esternare le sue emozioni e subire continui crolli nevrotici, Frances è cupa, glaciale e, soprattutto, indifferente; ma entrambe fanno i conti con ciò che resta al crollare di una vita adagiata nel lusso. Se Jasmine prova, seppur difficilmente, a vivere la quotidianità di una vita normale, Frances ha già deciso che non sopravvivrà al suo denaro; deliberazione che ha tanto da dire sul suo personaggio misterioso, forse sottolineando il come, dopotutto, non sia poi così misterioso, ma bensì più scontato di quanto voglia far credere. “Sarebbe un tale cliché suicidarsi dopo che gli anni del glamour sono passati” la schernisce la sua migliore amica, colei che le ha prestato l’appartamento di Parigi, confermando così come il suo pensiero sia in realtà ordinario se visto nel loro ceto sociale.

La camera da presa lucra sulla protagonista, rendendola il volto della storia, l’unico specchio dove guardarsi, con un’insistenza che ricorda le ossessioni di The Tourist per Angelina Jolie quando cattura ogni suo movimento e (in)espressione facciale. Le due, tra l’altro insieme nell’ultimo Maleficent – Signora del male, hanno impersonato donne dal forte carisma, e soprattutto sono talenti hollywoodiani anticonformisti. E anche qua, nonostante venga relegata dentro un’etichetta d’élite, Pfeiffer è un’anima a sé, l’etichetta di sé stessa: basta lo sguardo per dare vita al suo personaggio. Il tutto con un insieme di follia e sicurezza presi dalle sue interpretazioni del passato: accenni alla Catwoman di Batman – il ritorno, un pizzico di Ellen Olenska de L’età dell’innocenza e infine Sukie Ridgemont da Le streghe di Eastwick. Un Exit in cui la star fa il resoconto della sua carriera, ritrovandosi con un ruolo da protagonista di una sessantenne, in un film che prende vita con il suo riflesso.

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Interessante la vita di Frances e Malcolm nell’appartamento di Parigi, inizialmente desertico, quasi esplicativo del vuoto che sembra appartenere ai due protagonisti; salvo poi riempirsi di strambi personaggi, in stile Felliniano.
La scomparsa del gatto Frank è l’evento che rende possibile questa improbabile compagnia: la ricca vedova newyorkese, dal comportamento imbarazzante; Danielle, una chiromante conosciuta nel viaggio per Parigi; un detective privato, che dopo aver svolto il lavoro per il quale era stato contattato inizia a vivere nell’appartamento senza alcun motivo preciso; e l’amica borghese di Frances, unica vera proprietaria dell’appartamento, che arriva in Francia preoccupata per l’idea del suicidio della sua inquilina. Da New York arriveranno anche la ex fidanzata di Malcolm con il suo attuale fidanzato.
Un appartamento vuoto che diventa affollatissimo; una collezione di anime perdute, di diversa classe sociale, per nulla in sintonia tra loro e prive di alcunché approfondimento, che sembrano emanare una sorta di calore, quasi familiare, nonostante questo venga poi smentito dalla sempre presente idea di Frances di suicidarsi al finire dei soldi, denaro che perlopiù regala in svariate occasioni, lasciando mazzette in giro per Parigi e così suggerendo di avere anche una certa fretta di finirlo. Un abbinamento alla Wes Anderson, per quanto riguarda l’unione di personaggi disparati, ma con la differenza che da questi non nasce niente. Nessuna forza frena la loro auto-distruzione, e anzi, in alcuni casi non c’è nemmeno nessuna auto-distruzione; non é nemmeno chiaro il perché continuino a stare insieme. Personaggi insoliti, con vite, abitudini e pensieri diversi, tutti nella stessa stanza, che però non vengono mai confrontati veramente. Carnage di Polański non può che essere oltremodo lontanissimo.

C’è questa illusione sul piano emotivo che spinge a pensare che quella popolazione agglomerata nell’appartamento, con cui é impossibile empatizzare, riesca comunque a rinfrescare Frances, a farla rinsavire dalla sue idea fissa della fine, della sua “uscita di scena” da Parigi e dalla vita stessa. E invece Frances non cambia, non c’è nessuna evoluzione, non mostra segni di cedimento nè desiderio di redenzione o pace. Anzi, uscendo in piena notte per cercare il gatto, e probabilmente morire, rende vano ogni tentativo di calore in quella vita glaciale.

Come nelle opere di Buñuel, la mancanza di meta è solo apparente. Frances è completamente artefice del suo destino; ciò che le succede è solo conseguenza delle sue azioni. Non si tratta di un ritratto di una élite che non ha un senso, ma di una classe che ha davanti a sé un cammino ben definito e deciso, verso cui Frances si dirige sicura, mai titubante, anche quando fa credere di esserlo. Una black comedy surreale, a tratti grottesca, impregnata di una sottile cattiveria, con al centro una donna sofisticata, quasi sfiorita ma bellissima, diretta, stravagante, bizzarra, pericolosa, sicura di se, sempre al centro dell’attenzione e adesso anche circondata da un’aurea di vuoto, con la morte che le aleggia intorno. Gli elementi ci sono tutti, peccato per una critica atonale, una mancanza di caratterizzazioni psicologiche essenziali e soprattutto interessanti, che portano la storia ad essere solo protagonista di un eccentrico surrealismo fine a sé stesso. Ma non così eccentrico. Non così surrealista. E forse è proprio questo il suo fascino.

 

Titolo originale: French Exit
Regia: Azazel Jacobs
Interpreti: Michelle Pfeiffer, Lucas Hedges, Tracy Letts, Valerie Mahaffey, Imogen Poots, Danielle Macdonald, Isaach De Bankolé, Daniel Di Tomasso
Origine: Canada, Irlanda, UK, 2020
Durata: 110′

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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