"Fukushame – Il Giappone perduto". Incontro con il regista Alessandro Tesei

Alla Casa del Cinema di Roma, il regista e videoreporter Alessandro Tesei ha presentato ieri mattina il documentario Fukushame – Il Giappone perduto, lavoro nato da un lungo viaggio in Giappone fatto per indagare sulla situazione e sui costi sociali del disastro nucleare di Fukushima. Ad un piccolo ma attento gruppo di giornalisti, scosso anche dalla notizia della scomparsa del cineasta Nagisa Oshima, il giovane regista di Jesi ha raccontato la difficoltà  che ha trovato nel muoversi in una zona ancora segnata dal dolore. Il cinema sarà in sala dal 23 gennaio.

 

Com'è è nato questo progetto?

Io vengo da Jesi e nonostante abbia fatto diversi studi cinematografici inerenti il documentario non mi posso considerare un professionista. Quando però è accaduto il disastro, ho sentito subito la necessità di partire per vedere, in prima persona, cosa stava succedendo. Non volevo limitarmi ad ascoltare i resoconti fatti da grandi giornalisti come Pio D'Emilia di SkyTg24. Appoggiandomi ad un mio caro amico trasferitosi in Giappone, sono immediatamente partito senza alcun progetto in testa. Una volta li, ho approfittato dell'aiuto di diverse persone, come il gruppo di animalisti che mi accompagna del film, e ho cominciato a mettere insieme materiale e interviste. Una volta tornato in Italia con questo bottino, quasi quindici ore di montato, abbiamo deciso, insieme al mio coautore Matteo Gagliardi di trasformarlo in una docu-fiction.

 

Hai avuto delle difficoltà nel realizzare il film?

Come ho già detto, all'inizio sono partito all'arrembaggio, senza pensare al dopo. Poi, appena mi venivano delle idee o volevo intervistare qualcuno, provavo a realizzarle sul momento. Ad esempio mi sarebbe piaciuto intervistare qualche rappresentate della Tepco, la società che possiede le centrali nucleari giapponesi, ma si sono sempre rifiutati di incontrarmi. Per il resto invece ho avuto molta fortuna, anche perchè sono stato aiutato da persone meravigliose. Le riprese impossibili fatte nella zona proibita mi sono state permesse solo grazie al gruppo di amici giapponesi che si vede nel film. Loro avevano un permesso speciale e mi hanno aiutato a "imbucarmi" nel loro pulmino. Al livello tecnico, invece, il lato che ci ha fatto più penare è stato l'audio. Oltre alle difficoltà nella traduzione abbiamo dovuto coprire l'audio originale con il doppiaggio, fatto comunque da ottimi professionisti, perchè quest'ultimo era molte volte disturbato. Speriamo di recuperarlo nell'edizione home video.

 

Ti sei ispirato a qualche opera, visto l'argomento?

Ho lavorato nel più completo isolamento proprio per non voler essere influenzato da alcun input esterno. Devo dire che questo atteggiamento ha dato i suoi frutti perchè credo che la pellicola abbia soprattutto il pregio di essere decisamente originale. A differenza dei tantissimi documentari, che comunque ho visto, sull'argomento, io e i miei collaboratori abbiamo cercato di parlare anche dei costi sociali del disastro e su come si è comportato il governo di fronte ad esso.

 

Hai qualche nuova speranza?Quale sarà il tuo prossimo progetto?

Prima di tutto spero che questo documentario abbia successo e fortuna. Ho molta fiducia visto che stiamo trattando per farlo vedere alle scuole, cosa di cui vado molto orgoglioso. Poi il mio sogno sarebbe quello di portare il film in Giappone, come ho promesso a molti amici. Ci stiamo lavorando su. Parlando di progetti futuri sto scrivendo una pellicola a cui tengo molto che concentrerà sulla vita degli operai dell'Ilva di Taranto.