Fulci Talks, di Antonietta De Lillo

Presentata al Noir in Festival e in streaming on demand, l’intervista al compianto regista in una versione inedita che ne amplia il materiale, evidenziando le verità d’autore e i loro ribaltamenti

“Sono un oggetto dei vostri pensieri”: l’assunto programmatico con cui Lucio Fulci affronta le domande di Antonietta De Lillo e Marcello Garofalo sembra immediatamente dare forma a un sogno mai realizzato, il privilegio dell’ “a domanda rispondo” restando per una volta dall’altra parte della macchina da presa. Fulci Talks, appunto. Come quegli attori che non sopportava perché forse voleva esserlo anche lui. Questione di punti di vista, insomma, o meglio di rivedere ciò che già conosciamo.

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Lo scenario infatti è noto: siamo di fronte alla famosa videointervista del 1993 che già formò l’ossatura del documentario La notte americana del dottor Lucio Fulci, ma rivista, ampliata (quasi il triplo di durata) e sfrondata di tutto il resto: niente clip dei film, nessun brano dei Cramps sui titoli di coda. Solo un flusso di pensieri riemerso dalle spuntinature dei nastri e completato di ciò che mancava: nuove dichiarazioni, ma anche e soprattutto i fuoriscena, le domande di De Lillo e Garofalo come voci dal fuoricampo, le pause, le prove di messa a fuoco. E così, mentre Fulci parla, si attua un lento ribaltamento di prospettiva. Perché lui risponde sì alle domande, ma ben presto si impadronisce della scena, detta i tempi, indica dove e quando fermarsi. Il gioco dell’ospite che si vuole far guidare diventa quello dell’autore che guida.

Di fronte a un simile scenario, appare ben presto evidente come La notte americana razionalizzasse parecchio il materiale: sebbene De Lillo avesse scelto già all’origine una formula non schematica, il girato “grezzo” ha una forza dirompente che è un tutt’uno con la personalità poliedrica e le dichiarate contraddizioni dell’autore siculo-romano. Le sue verità e le sue ostentate propensioni alla bugia si rivelano quindi all’interno di un meccanismo che è reale nei fatti enunciati, ma svela costantemente la sua finzione scenica, rompendo anche quella stilizzazione visiva raggiunta con l’opera originale. Il risultato è un parlare fluido, lucidissimo, ma di grande affabulazione, di buona loquela ma mai logorroico, anzi caratterizzato da un’efficacissima capacità di sintesi. Fulci racconta così il suo cinema. Che è quello che ha fatto, naturalmente, che gli ha salvato la vita nei momenti più difficili, caratterizzati da rinunce e perdite e da grandi soddisfazioni raccolte “dilapidando tutto”. Ma anche e soprattutto quel cinema che ama e che ha cercato di restituire a modo suo al pubblico, giocando con l’ironia e l’iperrealismo.

Dagli esordi con le commedie di Steno, Totò e Franco e Ciccio, al punto di snodo fornito dal western Tempo di massacro, ai gialli, allo sfortunato Beatrice Cenci fino ovviamente all’horror. Con grande chiarezza, l’autore cerca di avallare l’idea di un cinema anarchico, curioso verso tutti i generi, ma sempre coerente con i temi del dubbi e del peccato. È l’occasione ideale per fare chiarezza, appunto, a fronte del razzismo della critica, l’unico momento in cui la sua imperturbabile sagacia da uomo di mondo lascia emergere il rancore di chi ha subito ostracismo e ingiustizia. E quindi il ribaltamento si ripete: il regista “minore” rivendica la sua centralità, come quella di Mario Bava (“un grandissimo maestro del fantastico”, “eravamo molto amici”) a fronte dei meno apprezzati Argento, Bellocchio e Maselli e persino di Fellini (amatissimo, ma “anche lui ha fatto dei brutti film come tutti”).

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Nella contraddizione, quella sì, di una rivalutazione iniziata già negli ultimi anni di vita, ma letteralmente esplosa post-mortem, si consuma così un’insperata rivitalizzazione di un girato che poteva ormai apparire residuale. L’entusiasmo con cui Fulci racconta il cinema è al contrario contagioso, scatena la risata partecipe e la commozione e riesce a sopperire, in parte, alla cronica mancanza di nuovo materiale, oggi che gli studi sulla sua opera sono diventati più seri. Una sfida cui in tanti hanno cercato negli anni di porre rimedio, si pensi anche all’eccellente Fulci for Fake di Simone Scafidi, curiosamente qui anticipato proprio da un dialogo iniziale in cui l’intervista viene vista come un possibile F for Fulci. Analogie e ribaltamenti, insomma, che il “terrorista dei generi” avrebbe sicuramente amato molto.

 

Regia: Antonietta De Lillo
Distribuzione: Minerva
Durata: 80′
Origine: Italia, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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