Funeralopolis – Incontro con Alessandro Redaelli e Ruggero Melis

Funeralopolis – A suburban portrait di Alessandro Redaelli non è un documentario su assunzione e spaccio di eroina, ma la storia di due amici alla ricerca del senso della vita. Infatti, per la durata di un’ora e mezza la macchina da presa segue da vicino Vash e Felce nel loro quotidiano attraverso un montaggio non lineare di diversi momenti registrati in un anno e mezzo di riprese senza sosta. Il risultato è un’opera di straordinaria coerenza e maturità stilistica, con un bianco e nero non estetizzante ma intenso, sapientemente ritmata da immagini-soglia di grandissimo impatto. Ne abbiamo parlato con il regista e Ruggero Melis, co-autore del progetto e compositore delle musiche.

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Come è nata l’idea di fare un film sui due protagonisti?
A.R. Quando avevo 12-13 anni li frequentavo perché siamo cresciuti tutti a Bresso che, nonostante sia attaccata a Milano, copre un’area abbastanza circoscritta. Loro già cercavano di fare musica rap mentre io provavo a realizzare piccoli video. Successivamente ci siamo persi di vista e uno di loro è persino andato a vivere a Roma. Quando li ho reincontrati nel 2015 mi ha colpito vederli così cambiati, assorbiti dalla necessità di trovare i soldi per procurarsi la roba, e senza pensarci troppo gli ho proposto di realizzare un film. Hanno accettato e così ho cominciato a seguirli con la camera ed è finita che sono rimasto con loro un anno e mezzo, il che naturalmente non era programmato. Mi sono lasciato andare al fluire degli eventi e mi sono fermato solo quando ho trovato una chiusa.

Come avete gestito un tempo così lungo di realizzazione?
R.M. Man mano che il materiale si accumulava, insieme a Daniele Fagone cominciavamo a montare per capire in che direzione stavamo andando. In pratica, lo abbiamo scritto al montaggio.

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I vostri precedenti lavori sono cortometraggi legati all’horror e più in generale al cinema di genere. Cosa vi ha spinti nella direzione del documentario d’osservazione?
A.R. All’epoca frequentavamo ancora l’Accademia Civica di Milano e ricordo che non eravamo interessati a fare documentari in senso stretto. Però mi capitarono due distinti avvenimenti nello stesso momento. Prima di tutto mi interessai di autori come Frederick Wiseman e di una particolare modalità cinematografica fino a quel momento a me sconosciuta. In secondo luogo, vidi per caso il video di presentazione di un libro fotografico di Roger Ballen e vi trovai molto più cinema di quanto ce ne fosse nei film in sala in quel periodo. C’era un vero mischione di generi, a volte sembrava Werner Herzog ma con meno messa in scena. Fu una folgorazione. E poi il documentario necessita di meno soldi, ti permette di essere totalmente libero e di inventare anche molto sul set…

Perciò durante le riprese cosa avevate? Una scaletta?

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R.M. Più che una scaletta, parlerei di priorità. Sapevamo che alcune cose ci sarebbero dovute essere ma diciamo che Alessandro ha girato in libertà per almeno sei mesi. Poi la storia ha cominciato a prendere forma e mentre montavamo la prima parte, invece di abbandonarci al flusso, abbiamo stabilito cosa ci serviva per andare avanti. Se ci fai caso, il racconto non è cronologicamente lineare ma è piuttosto costruito sulle informazioni che lo spettatore ottiene sui personaggi di volta in volta.

Così avete evitato la trappola del documentario didattico.
A.R. Esatto, non ci interessava quel tipo di linguaggio. Lo scopo non era guidare il pensiero dello spettatore, esprimendo così un giudizio definitivo su quella situazione, ma farlo immergere nella realtà mostrata attraverso la raccolta di informazioni sufficienti a far dedurre determinati elementi.

Come si inserisce la partitura musicale in questa operazione?
R.M. La colonna sonora comprende solo cinque brani originali, che si affiancano e intrecciano alle parti in cui i protagonisti ascoltano musica oppure la fanno loro stessi. È stata una scelta conscia e precisa, quella di non negare la purezza di determinate scene con l’intervento finzionale della musica extradiegetica. Sarebbe stato un lavoro estetizzante estraneo allo stile complessivo del film.

Un’ultima curiosità: è il caso di parlare di direzione di attori?
A.R. Non proprio, diciamo che parlavo con loro prima delle riprese e anche durante e spiegavo cosa secondo me poteva uscire meglio o come veicolare meglio una particolare cosa. E non ho mai avuto problemi perché è evidente che entrambi tengono la scena in modo straordinario. Soltanto guardare come reagiscono alla presenza della macchina da presa ti racconta qualcosa di loro. In breve, ho voluto mostrare ciò che ho vissuto io stando lì e soprattutto far sentire ciò che sentivo io.

Funeralopolis – A suburban portrait è prodotto da Alessandro Redaelli in collaborazione con K48 e distribuito in sala dalla critica e programmer Zelia Zbogar. Per il momento è stato presentato a Milano (cinema Beltrade), Torino (cinema Classico) e domani approda a Firenze (cinema La Compagnia).