Fuocoammare, di Gianfranco Rosi

C’è un istante che sembra decisivo. È il momento in cui il piccolo Samuele e il suo amico Mattias sono sulla scogliera e alle loro spalle passa un pescatore silenzioso con la muta. È la prima volta che attraversa l’inquadratura, sembrerebbe un ospite casuale. Ma Rosi abbandona i due ragazzi e decide di seguire l’intruso. È un raccordo vertiginoso, un incrocio narrativo alla Jia Zhang-ke, in cui si incontrano e si confondono l’imprevisto del reale e la predeterminazione della messinscena. Il cinema non è mai neutro, non è un semplice documento che certifica, ma è un intervento, qualcosa che conferisce forma alle cose. Anche quando sembra dissolversi, farsi invisibile. Questo è un fatto. Ma per Gianfranco Rosi, sembra essere la questione centrale. Il nodo. Trovare quell’equilibrio, sempre precario e rimodulabile, tra il mondo e l’occhio, tra le mille potenziali diramazioni e stratificazioni delle storie incontrate per caso e la necessità di attualizzarle nell’inquadratura, metterle a fuoco, riportarle a una logica narrativa che ne sottolinei i percorsi, gli intrecci e le implicazioni. Liberarsi, dunque, dell’occhio “pigro”, davanti al quale tutto scorre in maniera indistinta, per cercare un’altra visione, un altro modo di osservazione e lettura del reale. Il piccolo difetto di Samuele diventa una metafora talmente evidente e potente, da rischiare di diventare didascalica se “ridotta” alla sola questione “sociale” del contenuto. Del resto, da qui, da questa prospettiva, sembra chiaro che tra la vita degli isolani e quella degli immigrati recuperati in mare e destinati ai centri d’accoglienza, non c’è vero contatto. La metafora, invece, tocca la morale perché riguarda innanzitutto questa cosa strana che è il cinema, cioè la disposizione dello sguardo. E il contrario dell’occhio pigro, allora, non è l’occhio “attento” o “sano”, ma è l’occhio “disponibile”, quello che si esercita a fatica, ma si riapre, grado per grado, sforza la mira e tenta il bersaglio.

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Fuocoammare2È un lavoro, certo. E Rosi sembra, a tratti, forzare troppo. Non tanto perché la forma diventa ansiosa, avida, rischiando di impadronirsi del resto, pericolo scongiurato comunque da un residuo di verità spurio, ingestibile, non incorniciabile in uno specchio – e resta il fatto che Fuocoammare è un film molto “bello”. Ma soprattutto perché gli incroci tra i personaggi si moltiplicano e si inseguono, e tutto quel tessuto connettivo creato dal montaggio, dai suoni, dalle musiche, sembra ispessirsi. Non è ovviamente una questione di finzione e via dicendo. Semmai riguarda la ripetizione di un meccanismo che può portare alla maniera. E nella maniera, tutto perderebbe vigore e forza. Persino quella che dovrebbe essere la questione più tesa e urgente, che esplode eppur si complica quando l’obiettivo che si avventura nei meandri dei barconi, tra i morti. Qual è l’equilibrio? È il problema. Ma resta il fatto che Rosi vuole bene ai personaggi che incontra (nel ruolo di se stessi). E ancora una volta, Fuocoammare, pur utilizzando tutti gli strumenti del documentario, dalla testimonianza diretta al pedinamento, si apre a fughe immaginarie imprevedibili, che vanno al di là dello scheletro, e portano al racconto di formazione, all’avventuroso fantastico (l’occhio bendato di Samuele, figlio del Corsaro Nero, il viaggio in fondo al mare), alla commedia. Mille tracce germinali. Perché è sempre il reale il contenitore di tutte le storie possibili.