Fuori, di Mario Martone
1980. Un’estate della grande scrittrice Goliarda Sapienza, appena uscita dal carcere di Rebibbia. In un film magnifico ed enorme che si apre in un’infinità di punti di rottura. CANNES78. Concorso
Quando Goliarda Sapienza va a consegnare le bozze di un articolo che ha corretto, sull’orologio elettronico dell’ufficio del direttore editoriale si legge la data del 2 agosto. Siamo nell’estate del 1980. Quindi è il giorno della strage alla stazione di Bologna. Ma, a parte quel datario che Mario Martone tiene in campo per almeno due inquadrature, in Fuori non c’è nessun riferimento diretto all’avvenimento. Anzi, poco dopo il direttore editoriale dirà alla protagonista “ci rivediamo a settembre, domani chiudiamo”. È una scena emblematica di Fuori, dove la cronaca e tutti gli accadimenti più importanti di una stagione caldissima della storia italiana sembrano stare sempre ai margini, fuoricampo. Eppure riemergono da un dettaglio, il titolo di un giornale ripiegato su un tavolo, una parola buttata là, soprattutto da Roberta, “sotto processo per banda armata”. La Storia sembra essere fuori, ma è sempre dentro. Un po’ come le nuove amiche di Goliarda Sapienza, le compagne che ha incontrato in carcere a Rebibbia: “loro, anche quando sono fuori, è come se fossero dentro”, spiegherà al marito Angelo Pellegrino, “e quando sono con loro, anch’io mi sento ancora dentro, cioè libera”. Spiazzamento clamoroso. Che è quello che Mario Martone da sempre compie nei suoi film. Quando sei nella Storia, emerge l’anacronismo del presente. Quando ti sembra di essere nel presente, ogni cosa, ogni dettaglio ti fa riprecipitare nella voragine della Storia. Tutto è passato e tutto è contemporaneo. È proprio come si legge in quella scritta sul cavalcavia che Roberta mostra a Goliarda, quando si incontrano a Porta Maggiore, “Le ore del nostro presente sono già leggenda”. Che sembra quasi un’affermazione fordiana. E che, però, sintetizza alla perfezione la vertigine assoluta del cinema di Mario Martone, quella capacità di sintonizzarsi su una relatività spazio-temporale dove l’universo curva, dove la velocità cambia la prospettiva sulle cose. E viceversa.
Ma proviamo ad andare con ordine, cosa quasi impossibile, addirittura ingiustificata per un film del genere. Fuori racconta un’estate di Goliarda Sapienza, appena uscita dal carcere di Rebibbia dove è stata rinchiusa per il furto di alcuni gioielli di un’amica-amante. Un momento duro per la scrittrice, senza più un soldo, alla disperata ricerca di un lavoro, ormai disillusa dall’idea di veder pubblicato quello che sarà il suo grande capolavoro, L’arte della gioia. L’unica cosa che sembra restituirle un po’ di fiato è il rapporto con le donne che ha conosciuto a Rebibbia, in particolare Roberta, altra anima disperata, eroinomane, delinquente abituale, intrigata nella lotta armata e nel brigatismo. L’arco narrativo tratteggiato dalla sceneggiatura di Martone e Ippolita Di Majo si svolge, dunque, in un periodo breve. Eppure non hai mai l’esatta percezione della durata. Quei pochi giorni trascorsi in carcere da Goliarda sembrano un’eternità. Ma soprattutto riemergono per frammenti, sull’onda dei ricordi, di un’emozione o di un pensiero. Mentre i giorni fuori, nel caldo dell’estate romana, sembrano immobili, sospesi come in una vacanza, o in un “tempo carcerario”, inutile. Vissuto nell’afa, tra fischi di cicale e una luce straordinaria (la fotografia è di Paolo Carnera), che a tratti par quasi smaterializzare i contorni della città. Eccola l’altra grande protagonista del film, Roma. Splendida, maledetta. Attraversata da Martone in lungo e in largo, da Parioli a Rebibbia, passando per il Prenestino, Tor Pignattara, con una precisione filologica, toponomastica, che poi improvvisamente è scossa da una libertà incontrollata, per proiettarsi in un’altra dimensione della mente e del cuore. E Roma è una città dove il Tempo è condensato, dove tutte le epoche si sono stratificate nell’architettura, tra i palazzi, le chiese, le strade, le piazze. Dove insieme alle rovine, alle glorie dell’antichità, poco più in là trovi i palazzi contemporanei o i prati e i rovi della periferia. Dove scorgi i segni onnipresenti del fascismo (in questo senso, quanto è vicino Fuori a L’odore del sangue?). Ma, in generale, nel film tutto il trattamento degli spazi è straordinario. A cominciare dall’incipit, con l’ingresso in carcere di Goliarda, in quella specie di sottopasso di stazione, che verrà palesemente duplicato nel finale, quando Roberta e Goliarda si ritroveranno a Termini (stazioni, sempre stazioni…). Oppure nella meravigliosa scena nella profumeria di Barbara, una specie di UFO nel cuore Via dell’Acqua Bullicante. Dove il bagno in cui si nasconde e si perde Goliarda sembra espandersi e contrarsi in continuazione, quasi a seguire l’andamento di un ritmo cardiaco. Poco dopo, nell’altra stanza sul retro in cui le tre amiche ceneranno, l’inquadratura disegnerà una gabbia, con le sbarre alla finestra sul fondo, replica esatta della cella in cui si sono conosciute. Ecco, Martone ci tiene a richiamare a più riprese questa dimensione carceraria. Ogni volta in cui incornicia le sue protagoniste in una finestra, in un arco di un tunnel della metropolitana, nella struttura pesante delle panchine di Termini. Dentro-fuori. Fuori-dentro. Come dovrebbe essere vissuto il cinema. Entrare e uscire dalla sala, dalla finzione, dalla gabbia dell’inquadratura. Che infatti qui si chiude e si apre in un’infinità di punti di rottura. Mente sono le nostre sensazioni ed emozioni a ridefinire in continuazioni i confini dello spazio e del tempo. E della visione.
Eccoci arrivati al punto. Perché tutto questo lavoro formale e narrativo, per Mario Martone, ha senso nella misura in cui si muove al ritmo del sentire di Goliarda Sapienza. Che “vive amori e furori in egual misura”. Che è sempre presente, eppur sempre altrove. Che afferma di aver da fare, ma passa il suo tempo “stronandosi” scrivendo. Che sa di non appartenere più, forse di non di essere mai appartenuta, a quel mondo di intellettuali sterili, “non ne posso più dei salotti. Anzi, loro non ne possono più di me”. E che, perciò, cerca una nuova forma di solidarietà con le sue compagne di cella. Eppure rimane sempre staccata dal piano di realtà, come le rinfaccia, incazzandosi, Roberta, lei sì pienamente immersa nei suoi anni, tra l’eroina e la battaglia politica. Ma, proprio per questo, è Goliarda, solo Goliarda, ad aprire squarci, varchi tra le maglie della storia, delle relazioni, degli sguardi, delle idee.
AI per la POSTPRODUZIONE: corso online dal 15 aprile

-----------------------------------------------------------------------
Ecco. Mario Martone ci regala un film magnifico ed enorme. Grazie alle sue interpreti: Valeria Golino, ovviamente, ormai pienamente dentro l’universo della scrittrice, una stupenda, straordinaria Matilda De Angelis, la sorprendente Elodie. E a tutto il cast di contorno, Daphne Scoccia – James Dean, Sonia Zhou – Suzie Wong, Corrado Fortuna – Angelo Pellegrino. Ma soprattutto grazie al suo sguardo inquieto, inclassificabile, libero. Che diventa straziante nel finale, quando racconta l’ultimo incontro tra Goliarda e Roberta.
AI per la POSTPRODUZIONE: corso online dal 15 aprile

-----------------------------------------------------------------------
Regia: Mario Martone
Interpreti: Valeria Golino, Matilda De Angelis, Elodie, Corrado Fortuna, Antonio Gerardi, Francesco Gheghi, Daphne Scoccia, Francesco Siciliano, Sonia Zhou, Ondina Quadri, Paola Pace, Luisa De Santis
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 115′
Origine: Italia, Francia 2015




















