Furiosa: A Mad Max Saga, di George Miller

Arriva il prequel spin-off dedicato alla storia della guerriera. Forse il film più “scritto” della serie, in cui emerge la fede nel potere creativo e curativo delle storie. CANNES77. Fuori Concorso.

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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Già in Mad Max: Fury Road era evidente come l’interesse di George Miller non fosse più focalizzato su Max Rockatansky, il solitario avventuriero dei deserti della wasteland post-apocalittica. Il protagonista era messo un po’ in ombra, in una posizione collaterale rispetto a Furiosa, la vera invenzione di quel quarto episodio. Nuovo, determinante personaggio femminile capace di imporsi nell’immaginario e ridare linfa alla serie. Anche da un punto di vista narrativo, a giudicare dalla prospettiva profondamente escatologica della sua linea d’azione. E, allora, è perfettamente conseguenziale che qui Max appaia solo per un istante: una figura che si staglia su un’altura rocciosa, al fianco della sua inseparabile Interceptor, in un campo lunghissimo. È una specie di silhouette-logo, a garanzia della continuità del marchio di fabbrica. Ma ancor più un testimone silenzioso, uno spettatore che ha delegato l’azione ad altri. Nell’attesa di nuove ragioni (Miller parla già da anni di uno o più sequel di Fury Road). Fatto sta che in questo prequel Furiosa diventa la protagonista assoluta, nella sua parabola da bambina (Alyla Browne) a giovane donna. E la seguiamo in tutte le sue peripezie, dal rapimento iniziale all’incontro fatale con Dementus, l’uomo che le sottrae definitivamente dall’oasi felice dell’infanzia. Fino alla scoperta della Citadella, dei Figli della guerra e del temibile Immortan Joe, quello che diventerà il nemico giurato di Fury Road, delle regole disumane che governano la gerarchia del caos della wasteland.

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In maniera evidente, in Furiosa: A Mad Max Saga si avverte l’esigenza di George Miller e del suo cosceneggiatore, Nico Lathouris, di dare una dimensione più compiuta al carattere della protagonista guerriera. Scavare nelle ragioni della sua rabbia malinconica, del suo fuoco interiore. Ed è per questo che il film appare il più “scritto” della serie, quello in cui la sceneggiatura cerca più che mai di saldare i nessi narrativi, aggrappandosi alla logica conseguenziale delle motivazioni dei personaggi. Non che l’azione passi in secondo piano. Anzi. Sin dall’inseguimento iniziale della madre guerriera Vuvalini, che cerca a tutti i costi di recuperare la figlia ed eliminare le tracce che possano ricondurre all’oasi segreta di Green Place, e poi in tutti quei momenti in cui lo spettacolo domina incontrastato, appare chiaro come la furia action di George Miller sia ancora intatta. Capace di creare un movimento continuo vorticoso, ma di mantenere saldo, perfettamente leggibile, il centro esatto degli accadimenti. Il punto di rotazione di tutte le traiettorie. E nel fuoco della battaglia, Anya Taylor-Joy riesce a esser più che credibile. Un’interpretazione fatta di sguardi, azioni e gesti, più che di parole. A differenza delle fanfaronate di Chris Hemsworth – Dementus, cattivo ai limiti della caricatura, almeno fino alla resa dei conti.

Eppure, in Furiosa: A Mad Max Saga il racconto prende il sopravvento sull’atmosfera. Fino a far emergere la fascinazione, quella stessa fede nel potere creativo e curativo delle storie su cui prendeva vita il precedente Three Thousand Years of Longing. È evidente nella struttura a capitoli del film, nella scelta di una voce narrante a cui affidare l’inizio e la fine del racconto, nell’invenzione di un personaggio, un vecchio saggio “enciclopedico”, che reca scritta su di sé la memoria delle storie. Quasi a dire che solo in questo ritorno alla fonte del mito, si nasconde il segreto della sopravvivenza, l’antidoto alla post-apocalisse delle forme, dei testi, delle immagini, delle idee e dei rapporti.

Certo, Miller fa ancora proliferare il suo universo di invenzioni, di scenari e caratteri assolutamente “fantastici”. Ma, al tempo stesso, si premura di tracciare costellazioni di orientamento, come sul braccio di Furiosa. Una specie di mappa da strappare via nell’impeto della battaglia. Di cui però restano i ricordi, gli echi dei simboli, segni di una visione che mostra la sua densità, per la prima volta in maniera aperta. Quando, alla fine, riconosciamo la figura alchemica dell’albero di Adamo, dell’uomo che nutre l’albero della vita, tutto ritorna in linea, nell’orizzonte dei riferimenti iconografici. E si spalanca così l’inaspettato orizzonte spirituale della “realtà” di Miller. È un film dal cuore antico, in fondo, Furiosa. Come dicevamo già a proposito di Fury Road, “cinema che guarda al futuro ma con occhio attento al passato”. È velato da una nostalgia dell’Eden, percorso dal desiderio irresistibile, un po’ infantile, di un ritorno alle origini, a quel Green Place che appare come il paradiso perduto da riconquistare. Ma è, alla fine, con tutte le forze, teso al domani. Incrollabilmente vivo.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
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Il voto dei lettori
3.25 (4 voti)
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