Gangster Story, di Arthur Penn

Non siamo diretti da nessuna parte, ci limitiamo a scappare.
Clyde, dai dialoghi del film

You’ve read the story of Jesse James
of how he lived and died.

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If you’re still in need;
of something to read,
here’s the story of Bonnie and Clyde.
Da “The trail’s end” di Bonnie Parker

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Esiste un modo prettamente Americano di narrare? Sicuramente può esistere. Dentro la cultura americana, in forma di stratificazione anche recente, vi è una naturale propensione alla sintesi figurativa dalla quale trae origine, almeno in parte, tutta la cultura pop che dalla metà degli anni sessanta in poi ha dominato la scena artistica d’oltreoceano con vaste influenze anche nel nostro continente. Una forma artistica che ha privilegiato l’immagine quale sintesi necessaria e immediatamente percepibile (oltre che comprensibile) ed ha consentito di veicolare messaggi tanto immediati, quanto universali. Da qui la cultura del fumetto quale ulteriore passaggio sensibile per una ancora più immediata percepibilità di idee e sentimenti e tutta la letteratura pulp che da quella cultura popolare trae la ragione della sua esistenza.
Arthur Penn (1922-2010), il regista di Bonnie and ClydeGangster story_3 (1967) – che in italiano assume il titolo di Gangster story con un intervento linguistico privo di senso visto che si è scelto un titolo non in italiano, tanto valeva lasciare quello originale – è un esponente di quella corrente liberal americana il cui sommesso lavoro ha favorito il proliferare di film utili a guardare alla contemporanea società americana, riflettendo sui temi della formazione delle sue strutture sociali e quindi collettive.
Bonnie Parker e Clyde Barrow sono stati una coppia di fuorilegge che nell’America della immediata post-depressione, tra il 1930 e il 1934, hanno imperversato, con le loro gesta criminali, svaligiando banche e intraprendendo una strenua lotta con la polizia che li ricercava in vari Stati della confederazione. Le loro imprese sono terminate il 23 maggio 1934 quando Clyde Barrow aveva 25 anni e Bonnie Parker 23.
Gangster storyL’incipit del film sembra essere esplicito nel presentarci una serie di fotografie che ritraggono, in sintesi, la breve vita dei due amanti-gangster e se pure il film privilegia il versante biografico, ricostruendo le vicende della banda (ai due si era aggiunto il fratello di Clyde e Clarence Moss occasionalmente incontrato dai due) è anche vero che avvolge questa narrazione in uno stile proprio, del tutto originale, pienamente dentro quella cultura “bassa” e popolare e del tutto priva di qualsiasi aplomb eroico o antieroico, di cui sono ammantate spesso le biografie cinematografiche dei personaggi come i due fuorilegge americani. Se dovessimo pensare ad una simile operazione in Italia, penseremmo forse alla canzone di De Gregori “Il bandito e il campione”, lì le gesta di Sante Pollastri hanno lo stesso sentore popolare di quelle di Bonnie e Clyde in questo film. Anche Gangster story, 1967l’epilogo delle rispettive storie nasce da un tradimento che si matura in un ambiente che i malviventi pensavano fosse amichevole.
La scrittura di David Newman e Robert Benton ha sicuramente privilegiato una forma inconsueta per una biografia, fosse pure di due banditi. La narrazione del film, infatti, appare tendenzialmente portata a destrutturare il racconto epico, privandolo di qualsiasi enfasi da celebrazione perfino antieroica, privandolo di qualsiasi tensione politica e di ogni “credibilità” in termini di estremo realismo. Il racconto è affidato non sappiamo quanto consapevolmente ad un iperrealismo quasi fumettistico che Penn raccoglie a piene mani, riuscendo a riconsiderare la scrittura attraverso una operazione che artisticamente può dirsi pienamente Gangster story_4riuscita. Una scelta che alleggerisce il film da qualsiasi peso da ogni malinconia per la fine prematura dei due giovani fuorilegge, trasformando la vicenda quasi in uno slapstick movie, complice la piacevole gigioneria di Warren Beatty che si tramuta in spavalda spacconeria, la scontrosa bellezza di Faye Dunaway che scivola nella malinconia giovanile e le musiche compiacenti che richiamano le sonorità dell’epoca.
Con queste premesse il film smette quasi di essere drammatico per evidenziare quel lato tragicomico, così inusuale in una biografia soprattutto con l’atteso finale drammatico, ma che serve in questo caso a smitizzare personaggi che già all’epoca godevano di una fama eroica e romanticamente legata al loro rapporto sentimentale. Ne sono prova le sequenze di inseguimento con la polizia, le sparatorie e perfino il finale,Gangster story_1 con i corpi dei due banditi, esageratamente crivellati di colpi. L’effetto iperrealistico delle sequenze rimanda al disegno di un fumetto in cui la realtà narrativa sopravanza ogni pur iperbolica immaginazione dettata dalla fantasia.
Penn lavora molto sulla forma, riducendo ogni impatto emotivo del racconto, riflettendo, indirettamente sulla genetica violenza connaturata alla società americana e soprattutto a quella rurale della provincia. Il cinema d’altra parte ci ha insegnato a riconoscere le colpe, non troppo segrete, Gangster story_5che spesso hanno trovato una degenerazione tanto inquietante quanto inarrestabile proprio in quella solitudine della periferia americana.
Cosa resta dunque dei due amanti fuorilegge? Resta un amore giovanile che sembra essere nato quasi per scherzo, restano le fughe come archetipo del fuorilegge, senza una meta e senza uno scopo, restano i sogni della giovane Bonnie che scriveva poesie che Clyde non capiva fino in fondo, la sua inguaribile malinconia scolpita in quelle parole leggere, fanciullesche, ma profondamente sincere. Resta il mito di questa coppia che la cultura popolare continua a tenere viva in bilico tra leggenda e realtà.

Titolo originale: Bonnie and Clyde
Regia: Arthur Penn
Interpreti: Warren Beatty, Faye Dunaway, Gene Hackman, Gene Wilder, Estelle Parsons, Michael J. Pollard

Durata: 111’
Origine: Usa, 1967
Genere: Gangster

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