Ghost Cat Anzu, di Nobuhiro Yamashita e Yōko Kuno
Crea un mondo bucolico e animistico. E pur trovando nell’allegoria lo strumento d’indagine dello smarrimento della sua protagonista, conserva sempre un approccio realistico al lutto giovanile
Gli spazi agresti del Giappone assumono spesso, nel cinema nipponico contemporaneo, delle connotazioni profondamente simboliche. La placidità sotterranea che li attraversa, squarciata dai suoni narcotizzanti dei ruscelli o dai perpetui canti delle cicale, permette ai cineasti del Sol Levante di creare dei mondi sospesi, sinestetici, idonei ad ospitare delle narrazioni catartiche e lenitive, specialmente nei solari periodi estivi: dominati da un rassicurante senso di quiete che però nasconde, nelle sue invisibili pieghe, i prodromi di un silente (ma mai gravoso) terremoto emotivo. E in una cornice simile, dove ogni respiro vitale sembra cristallizzato in una dimensione eterna e senza tempo, non sorprende che Nobuhiro Yamashita, coadiuvato in regia dalla grande animatrice Yōko Kuno, declini il percorso di trasformazione (o meglio, di presa coscienziale) della giovane protagonista di Ghost Cat Anzu nelle atmosfere del realismo magico. Forse il genere che, più di ogni altra cornice linguistica, annulla le barriere tra la realtà e la fantasia, tra le emozioni che si fatica a verbalizzare all’esterno e le ferite che internamente ci creano delle voragini emotive: fino a tracciare, nella coniugazione di spazi “incompatibili” eppure così intrinsecamente interdipendenti, le vie di una parabola di maturazione che solo l’allegoria può qui arrivare a concretizzare.
Adattato dal manga Bakeneko Anzu-chan di Takashi Imashiro, il primo lungometraggio animato di Yamashita parte quasi metaforicamente dalle visioni bucoliche di A Gentle Breeze in the Village per inabissarle in un contesto “shintoista”, dominato da una spiritualità magica che avvolge, nel suo misticismo, tutti gli spazi di una periferica località costiera: lontana, almeno identitariamente, dalle frenesie e dai ritmi ipercinetici di Tokyo. Proprio dalla capitale giunge, nell’incipit del film, la giovane Karin, una bambina orfana della madre già da tre anni, che è “costretta” ad avallare costantemente i folli piani di un padre-infantile soffocato da debiti e pressioni economiche. Per sfuggire all’agguato dei creditori, Tetsuya accompagna la figlia undicenne al santuario del nonno, ubicato in una cittadina marittima così “anomala” rispetto agli ambienti della metropoli, da ospitare anche un gatto fantasma dalle proprietà antropomorfe. E questo incontro-scontro con l’eponimo protagonista di Ghost Cat Anzu, che le mostrerà anche un passaggio sotterraneo collegato con il regno dell’Aldilà, permetterà alla ragazza di ritrovare le proprie coordinate esistenziali, e di elaborare una perdita che negli spazi alienanti di Tokyo non era stata in grado di metabolizzare a pieno.
Questa continua opposizione dualistica, su cui si fondano le grammatiche del realismo magico, la troviamo non solo ad un livello narrativo (sezione contemplativa dell’incipit, seguito da un epilogo anarcoide e iperbolico) o ad un livello iconografico (mondo dei vivi/regno ultraterreno) ma anche negli stessi stilemi linguistici del lungometraggio. L’uso del rotoscopio, che ha permesso a Yamashita di girare “dal vivo” le sequenze, lasciando a Yōko Kuno il compito di trasfigurare le immagini in animazioni a metà strada tra l’iperrealismo tridimensionale del live-action e la tradizionale estetica flat (bidimensionale) degli anime, ci restituisce una narrazione ibrida, capace di ritrovare in questa compenetrazione di referenzialità e immaginazione, il naturalismo del cinema di Yamashita e, nel contempo, la natura onirica del fantastico. Ovvero le due sole dimensioni che, una volta commistionate, consentono ad un’opera pseudomurakamiana qual è Ghost Cat Anzu di impiegare l’allegoria come strumento di indagine dell’intimità, delle crisi e della confusione di una ragazza che fin troppo a lungo ha dovuto rimandare il confronto simbolico con il trauma.
Ma Yamashita, nel raccontare il superamento di un evento traumatico, non sceglie la via del dramma. Se la sezione iniziale del film, dove Karin “assorbe” lo spirito placido del villaggio ristabilendo un equilibrio interiore, ricorda alcuni idillii ghibliani, la seconda metà del racconto si apre invece alle iperboli immaginifiche di Yuasa o di tanto cinema folkloristico nipponico. E per quanto il ricongiungimento ultraterreno con la madre e l’invasione animistica che ne deriva sono raccontate forse con troppa approssimazione, Ghost Cat Anzu non smette mai di coniugare le matrici allegoriche – e quindi catartiche – dei numerosi spazi (sia bucolici che favolistici) attraversati dalla sua giovane protagonista alla maturazione emotiva della ragazza: ora non più immobilizzata da “fantasmi” che non le consentivano di abbracciare le sue emozioni. E di urlarle liberamente al cielo.
Titolo originale: Bakeneko Anzu-chan
Regia: Nobuhiro Yamashito, Yōko Kuno
Voci: Mirai Moriyama, Noa Goto, Munetaka Aoki, Miwako Ichikawa, Keiichi Suzuki, Shingo Mizusawa, Mutsuo Yoshioka, Wataru Sawabe, Yusuke Furusawa, Ayumi Nigo, Shun-on Takai, Mitsuru Manouku
Distribuzione: Adler Entertainment
Durata: 94′
Origine: Giappone, Francia, USA, 2024




















