Ghostbusters, di Paul Feig

Probabilmente, negli ultimi anni, non c’è stato un film o un progetto che abbia dovuto affrontare più pregiudizi negativi e accuse preventive del reboot femminile di Ghostbusters. Concepito come chiaro tentativo di creare un nuovo franchise tutto da sfruttare, in un’industria cosi goffamente concentrata a inseguire di serializzare qualsiasi storia, il nuovo Ghostbusters dell’elegantissimo Paul Feig nasce dalle ceneri del tanto inseguito e mai sviluppato terzo episodio della serie originale, e di questa mitica saga ne raccoglie, con umiltà, lo scettro. Al di là del giudizio personale che ognuno di noi si è già fatto su quest’opera, è innegabile che l’umorismo e l’intelligenza del regista (adepto fortunato della Judd Apatow Factory) trasformi quest’operazione spietatamente commerciale in qualcosa di personale e godibile. Ghostbusters, infatti, s’inserisce perfettamente nel percorso parodistico e di rilettura dei generi che Feig ha inaugurato con l’ottimo Le amiche della sposa per poi continuare, con un suo particolare stile femmineo/dissacratorio, attraverso il crime metropolitano (Corpi da reato) e lo spy-movie internazionale (Spy). Ghostbusters, da questo punto di vista, è dunque l’ideale tassello successivo di questa strada meta-narrativa. Il film, infatti, si presenta immediatamente come una parodia, anche riuscita, dei ghost movie, con spettri e demoni ancestrali alle prese con quattro surreali e divertenti eroine.

ghostbusters 2016Il merito di Feig e della sua co-sceneggiatrice Katie Dippold, oltre al coraggio di portare l’approccio apatowiano ai dialoghi e ai personaggi di un prodotto ad altissimo budget, è quello di aver creato un efficace e affiatato team di comedians e di averle messe in condizione di dare il massimo grazie a quattro personaggi quasi scritti su di loro (l’esempio chiave è la prova di Melissa McCarthy, reduce da tentativi personalistici non esaltanti, e mai cosi convincente e fenomenale come nelle mani del suo Feig). Detto questo, però, rimane insormontabile il problema principale di tutto il progetto, quel peccato capitale che risiede sin dal titolo. La pellicola di Feig, pur accentando i suoi tentativi e i suoi omaggi, non può nulla messa accanto alla serie originale di Ramis-Aykroyd-Reitman. Oltre le citazioni, dell’impianto derivativo e dei cammei illustri (dove brilla giusto Bill Murray in un piccolo ruolo “disgraziato” che probabilmente ha accettato in memoria dell’amico Ramis), la pellicola sconta un paragone terribile a cui non può davvero sfuggire. Il nuovo Ghostbusters rimane cosi schiacciato da un’ascendenza troppo pesante, affrontata con la leggerezza naif di chi è rimasto schiacciato dall’odio furente degli haters e dei fanatici (si guardi il vergognoso linciaggio su Twitter affrontato da Leslie Jones). Raccogliere l’eredità di un mito cinematografico, trasformando le avventure delle quattro acchiappa-fantasmi nel solito prodotto mainstream senza inventive visive, con la CGI invasiva e scontata, con un’estetica e un’impostazione narrativa videoludica senza respiro, senza ambizioni, è un’operazione perdente sin dall’inizio. Probabilmente il film era in qualche modo “condannato” da subito, apprezzabile solo con una decisa e importante presa di coscienza: i ghostbusters originali erano e sono, davvero, un’altra cosa.

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Titolo originale: Ghostbusters
Regia: Paul Feig
Interpreti: Melissa McCarthy, Kristen Wiig, Leslie Jones, Kate McKinnon, Chris Hemsworth, Cecily Strong, Andy Garcia

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Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 108’
Origine: Usa 2016