Gianni Versace, l’imperatore dei sogni, di Mimmo Calopresti

Il docufilm di un sognatore diretto da un cineasta-sognatore. La passionalità della parte fiction mantiene la stessa intensità anche sull’archivio ma non gli toglie la lucidità. #TFF41 Fuori Concorso

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Ci sono il sole, il calore improvviso del finale di Preferisco il rumore del mare. Come un bagliore improvviso, con una luce (anche cinematografica) che ricrea non solo la parte fiction ma proprio la polvere dei sogni a Reggio Calabria negli anni Cinquanta. Lì c’è lo sguardo di Gianni Versace bambino che osserva tutti i dettagli dei vestiti, soprattutto l’attività della madre Franca che lavora come sarta. Quella del celebre stilista è un’educazione sentimentale raccontata con passione, in modo quasi intimo e non esibito come Nuovo Olimpo, il recente film Netflix di Özpetek. Anche con Gianni, l’imperatore dei sogni il cinema di Mimmo Calopresti continua ad essere quello di un sognatore. Forse l’atto creativo passa attraverso gli occhi dello stilista, interpretato da giovane da Leonardo Maltese che dopo Il signore delle formiche e Rapito si conferma tra i giovani talenti più interessanti nel panorama italiano di oggi. Poi c’è l’altro film, il documentario dove dalla prima immagine in cui si presenta, Gianni Versace sembra guardare in macchina. Il film sembra ricostruirne i suoi ricordi che riprendono forma con quell’impeto con cui Bertrand Bonello ha portato sullo schermo Yves Saint Laurent. Si, c’è il biopic, la vita, le lacrime dopo che è stato ucciso nella sua vita a Miami Beach a 50 anni. Però attraverso il suo sguardo passano Pasolini (Il vangelo secondo Matteo) e Bertolucci (Il conformista), i legami di sangue (quello con la madre e i fratelli Donatella e Santo), le sfilate dell’atelier di Parigi. Ci sono non tanto le testimonianze ma anche gli sguardi degli altri: le parole di Naomi Campell, Roman Polanski, Elton John e Pedro Almodòvar e oggi, Carla Bruni, l’amico pittore Natino Chirico e la giornalista Adriana Mulassano.

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Con Gianni Versace, l’imperatore dei sogni si muove sulla linea docufilm di Romanzo radicale. Io sono Marco Pannella ma l’operazione, sempre affascinante, è ancora più compiuta. Ogni tanto ci mette dentro anche qualche frammento che sembra estraneo all’operazione come le rivolte di Reggio Calabria nel 1970, ma questo è anche sintomo dell’enorme generosità di un film che sembra a volte deviare ma in realtà la passionalità non gli toglie la lucidità. Come ha fatto Guadagnino con Ferragamo in Salvatore. Il calzolaio dei sogni, la vita di Versace diventa l’occasione per ridare colore, luce, vita all’archivio. Non si sentono più gli anni trascorsi. Come per la moda per lo stilista, anche il cinema per Calopresti sembra nascere e morire ogni giorno.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
4.75 (4 voti)
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