#Giffoni2019 – Il concorso ufficiale

L’edizione corrente del Giffoni Film Festival, prossima alla chiusura, ha offerto un concorso ricco e variegato, votato ancora una volta ai ragazzi, ossia i giurati delle diverse categorie. Una selezione che si è distinta per un notevole spessore, tecnico e non solo; con numerosi titoli che hanno mostrato un certo coraggio, visivo e umano; impreziosita infine dal nuovo film di Gurinder Chadha (Sognando Beckham), in sala dal prossimo 29 agosto.

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Romy’s Salon

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La madre di Romy è sempre al lavoro. Perciò Romy, tutti i giorni, dopo la scuola, sta con la nonna. Potrebbe sembrare divertente, ma poiché nonna Stine è impegnata a lavorare nel suo salone di bellezza ed è molto severa, non c’è molto da divertirsi. Tutto cambia però, quando Romy scopre un lato totalmente diverso del carattere della nonna.
In concorso nella sezione Elements +10, il film scritto da Tamara Bos e diretto da Mischa Kamp proviene dalla Germania e dai Paesi Bassi. Il “salone di Romy” è lo spazio che la regista usa per unire due generazioni ma, soprattutto, due esseri umani a confronto. In Romy’s Salon si intravede infatti un nuovo modo di affrontare il tema della demenza senile, dell’Alzheimer, ossia attraverso gli occhi di una bambina. E quasi uniformandosi allo sguardo della sua protagonista, la messa in scena della Kamp è estremamente semplice, invisibile, ma decisamente non banale. Ad impreziosire il lavoro della regista è l’interessante quanto eccezionale incontro tra una bambina che si comporta da adulta, e un’adulta che, al contrario, si comporta da bambina. Senza virtuosismi di sorta, parlano quindi i gesti e le azioni della quotidianità, che diventano straordinarie nella loro spontaneità: straordinaria è la bambina che gestisce il salone al posto della nonna, scoprendosi però fragile e davvero bambina nei momenti di maggior responsabilità; straordinaria è la nonna che non ricorda dove ha messo i soldi del ricavato del salone, ma ricorda indistintamente dettagli della sua infanzia. Un incontro generazionale dove gli antagonisti sono gli adulti, quelli veri, i genitori di Romy assenti e separati, che proprio attraverso l’elogio della fanciullezza, della semplicità, portata avanti da nonna Stine (e, naturalmente, dalla stessa Kamp), riscopriranno la gioia della compagnia e dell’affetto dei propri cari.

System Crasher

Nella sua sfrenata ricerca dell’amore, l’indomabile energia di Benni, 9 anni, fa impazzire tutti quelli che la circondano. È piccola, ma pericolosa. Ovunque vada, dopo un po’ viene cacciata via. È già diventata quello che i servizi di tutela dei minori definiscono system crasher” (rovina sistema). E sicuramente lei non è decisa a cambiare i suoi modi. Ha un unico obiettivo: ritornare a casa dalla sua mamma. Ma la madre, Bianca, è spaventata dalla sua stessa figlia. La signora Bafané dei servizi sociali sta facendo del suo meglio per trovare una sistemazione definitiva per Benni. Per questo ingaggia Micha, un istruttore per la gestione della rabbia, per accompagnare Benni a scuola e, improvvisamente, si intravede una speranza.
Scritto e diretto da Nora FingscheidtSystem Crasher (titolo originale: SystemSprenger) è un film tedesco, in concorso nella sezione Generator +13. “I system crasher sono bambini con un’incredibile forza e perseveranza, ma comunque personaggi tragici” ha affermato la regista e, coerentemente alle sue parole, la pellicola si muove interamente su questo duplice piano. Benni chiama tutti “educatori” e non per nome, perché costante il desiderio di ricongiungersi alla madre, senza volersi legare a nessun altro. La regista dimostra allora di esser riuscita a empatizzare fortemente con la giovane protagonista (interpretata da Helena Zengel), senza cadere nella trappola del paternalismo,  senza alcun filtro di sorta, comprendendo il suo disagio interiore attraverso battute brevi e significative, aiutandosi con un montaggio frenetico e di forte impatto per rappresentare il suo disordine mentale e fisico.

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Eppure, allo stesso tempo, il film è costruito anche, e soprattutto, sulle difficoltà e la sofferenza riscontrate da chi cerca di soccorrerla, dalla signora Befanè a Micha, e da chi, come la madre, vorrebbe ma non è in grado. Così persino la visione stessa è resa difficile, scandita continuamente dalle urla assordanti di Benni, da quel vetro rotto che simbolicamente apre il film (e lo chiude), fino al ripetuto fallimento di ogni tentativo di aiuto. La Fingscheidt “gioca” infatti con le speranze dello spettatore, di volta in volta disattese, rifiutandosi di concedergli una svolta lieta e decisa, con l’intenzione evidente di rimanere aderente alla realtà. System Crasher colpisce nel segno perché in fondo non colpevolizza davvero nessuno, né la madre, al massimo solo compatita, né tantomeno Benni, perché, sempre secondo la regista:“la violenza dei bambini è un grido d’aiuto. Sempre”.

Harajuku

È il giorno prima di Natale e Vilde è in giro con i suoi amici quando viene a sapere che sua madre è morta. È quindi costretta a contattare suo padre, che non ha mai incontrato. Cerca di evitare tutto ciò con un biglietto di sola andata per Tokyo, ma resta coinvolta in un primo emozionante incontro con suo padre.
Film norvegese, in concorso nella sezione Generator +16Harajuku è scritto da Sebastian Torngren Wartin e diretto da Eirik Svensson. Quasi come nel primo e indimenticabile Die Hard (Trappola di cristallo, di John McTiernan), la pellicola “usa” l’ambientazione natalizia perlopiù come sfondo di una vicenda decisamente lontana dai canoni cinematografici tradizionali. Praticamente in tempo reale, nell’arco della notte della vigilia, Svensson segue le reazioni di Vilde (interpretata dalla bravissima Ines Høysæter Asserson) alla morte della madre, prima, al rifiuto del padre di vederla, poi. Tutti eventi da cui la protagonista, apparentemente, non si fa scalfire, mostrandosi forte e “adulta” fin dalla sua presentazione, nel quale la vediamo flirtare con un banchista (più grande) della stazione. Naturalmente, nel corso della visione, verranno fuori tutte le sue fragilità, che Svensson rappresenta tramite una suggestiva e visionaria messa in scena, tra cui notevoli inserti “anime”. A differenza di Kill Bill e della sanguinaria storia di O-Ren Ishii, tali sequenze sono quindi funzionali a rappresentare la psicologia interiore e a tratti inconscia di Vilde.
Harujuku è un film che riflette sul tempo, distendendolo saltuariamente e soffermandosi su lunghe sessioni di dialoghi, come nel caso dell’introduzione del padre della protagonista e della lunga discussione con la moglie (a ricordare il miglior Linklater), in relazione alla vita, soprattutto su come un singolo evento possa stravolgerla totalmente: accade a Vilde con la morte della madre, è accaduto al padre, come si scoprirà nel loro fatidico incontro (e in cui si chiarirà la sua reticenza). In quest’occasione, l’uomo arrivare a dire: ”non sono una cattiva persona”, eppure rifugge le proprie responsabilità, auto-convincendosi di non far niente di male, facendone però, senza volere, alla propria figlia. L’intero film gira intorno alla scelta di riparare ai propri errori, di prendere o meno l’iniziativa di cominciare un rapporto necessario a entrambi, eppure da entrambi rifiutato strenuamente. Svensson offre così la propria versione di un “miracolo di Natale” sincera, originale e sorprendente, fino all’ultimo frame.

Canary

Quando John Niemand viene chiamato per il servizio militare a 18 anni nel Sud Africa del 1986, fa il provino e viene accettato nel coro della SADF chiamato “Canaries”. Sullo sfondo di un paesaggio dove la legge e la religione opprimono l’individualità, Johan e I Canaries devono sopravvivere all’addestramento militare e intraprendere un tour del paese, viaggiando di città in città, intrattenendo il pubblico, e allo stesso tempo rafforzando la fede nello sforzo militare e promuovere la causa sia della Chiesa che dello Stato.
Dal titolo originale di Kanarie, il film sudafricano di Christiaan Olwagen e scritto dal regista stesso insieme a Charl-Johan Lingenfelder, è in concorso nella sezione Generator +18. Con un inizio decisamente folgorante, Olwagen riesce a sintetizzare la duplice essenza del suo protagonista (con il volto, decisamente perfetto, di Schalk Bezuidenhout): la passione per Boy George, sfogata per strada, truccato e sul capo un velo da sposa, visibilmente osteggiata e guardata con sdegno dalla piccola comunità del suo paese d’origine. Esattamente come si trova costretto a nascondere, quindi, il proprio amore per la musica del cantante britannico, John in realtà deve reprimere la propria omosessualità, non solo per ragioni sociali e religiose, ma persino legali. Tutto il viaggio dei Canaries, diviso in capitoli (fino a un Valhalla Redux di Coppoliana memoria) si trasforma nel percorso personale di John verso l’accettazione di sé e delle sue pulsioni, passo dopo passo, tra una nuova conoscenza e l’altra ad aprire (o meno) la sua coscienza.
La repressione è la base di tutti gli eventi della pellicola (in maniera, in alcuni passaggi, anche fin troppo dichiarata ed esplicita). Canary è sicuramente, infatti, anche un film politico dove Chiesa e Stato, uniti, combattono l’individualità. D’altronde già solo l’addestramento militare dei Canaries risulterà fondato proprio sul raggiungere il cameratismo, l’unione del gruppo, fino a quando, però, quella stessa complicità e comprensione non arriva a minacciare i principi morali delle istituzioni. Con un ammirabile gusto, tecnico quanto visivo, Olwagen sceglie di mettere in scena questo dualismo aiutandosi, naturalmente, con la musica: Boy George da una parte, considerato profano se non proibito, e dall’altra la musica sacra, strumento della propaganda. Una natura schizofrenica che rispecchia in toto quella del suo protagonista John, che esploderà non a caso in una delle scene finali più potenti e visionarie del film. La versatilità dei punti di vista, diversi e tutti credibili, si dimostra così l’aspetto più interessante di Canary. “Do you really want to hurt me? è la domanda che John, tramite le parole del suo cantante preferito, rivolge a tutti i suoi affetti, dai compagni dell’esercito ai suoi superiori fino alla propria famiglia, ma, soprattutto a se stesso.

Blinded by the light

Il film racconta la storia di Javed, adolescente britannico di discendenza pakistana che vive nella città di Luton, Inghilterra, nel 1987. Nel mezzo dei tumulti razziali ed economici dell’epoca, scrive poesie come mezzo per sfuggire all’intolleranza della sua città e all’inflessibilità tradizionalista di suo padre (Kulvinder Ghir). Ma quando un suo compagno di classe gli fa conoscere la musica del “Boss”, Javed scopre una via d’uscita catartica ai suoi sogni repressi, cominciando anche a trovare il coraggio di esprimersi con la sua voce unica, con l’aiuto di un’insegnante (Haley Atwell) che crede fortemente in lui.
Ispirato a una storia vera, Blinded by the light è il nuovo film di Gurinder Chadha (Sognando Beckham), anche alla sceneggiatura con la collaborazione di Manzoor e Paul Mayeda Berges, in concorso nella sezione Generator +13. Come nel sopracitato Canary, anche qui al centro della pellicola c’è la scoperta di se stesso, da parte del protagonista, attraverso la musica di un autore. Come Boy George per John Niemand, così Bruce Springsteen arriva a smuovere le ambizioni e i desideri di Javed (Viveik Kalra). Rispetto ad Olwagen, però, la messa in scena di Chadha è più colorata e tradizionale, più votata all’intrattenimento, almeno nella forma. Pur non essendolo propriamente, Blinded by the light è infatti decisamente più musical, presentandosi come una piacevole via di mezzo tra Sing Street, per l’ambientazione britannica e d’epoca oltre che per la funzione della musica come fuga dagli schemi, e Across the Universe, per l’omaggio sentito ad unico repertorio musicale, qui quello di Springsteen (che ha dato a Chadha la sua benedizione sin dall’inizio della creazione del film), che naturalmente regge, impreziosisce ed eleva ogni scena in cui è chiamata in causa.
Se dal punto di vista dei contenuti Blinded by the light non brilla per originalità, infatti, nel suo toccare comunque diversi temi universali e anche attuali, dal conflitto padre/figlio, naturalmente la forza della musica, fino a quello dell’integrazione (caro a Chadha già nel suo film più famoso), dove il lavoro della regista britannica acquisisce maggior valore è nel suo mettere al centro della storia, insieme alla musiche, soprattutto i testi di Springsteen. Chadha mostra le parole sullo schermo, che illuminano Javed ma, di riflesso, anche lo stesso spettatore. Javed d’altronde vuole fare lo scrittore, la sua voce è scritta, non parlata (o cantata) e così facendo, come il Premio nobel a Bob Dylan insegna, viene messa nuovamente in risalto il rapporto tra musica e letteratura. Nell’omaggio all’artista statunitense, non mancano poi risvolti di meta-cinema, con Javed che chiede continuamente agli altri se i suoi componimenti sul “boss” rischino di sembrare troppo “adulatori”. La risposta dell’insegnante/Atwell, però, è: “sei tu“. Quell'”io” riflette l’altro tema centrale della pellicola, la lotta per l’individualità. Chadha, ancora una volta, rispetto all’autore di Canary, finirà però scegliere un’altra strada, in una conclusione sì emozionante, ma magari eccessivamente retorica e rassicurante.