Gigi la legge, di Alessandro Comodin

Comodin vuole prendersi tutto il tempo che serve per giocare con il cinema. Si diverte. Ma il cuore profondo del film è l’attesa e il bisogno dell’altro. In concorso a Locarno 75

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Si inizia con un’assurda scena di litigio. Gigi ha un giardino che sembra una foresta. Piante e alberi rigogliosi che invadono la proprietà di un fantomatico vicino, geloso del suo prato all’inglese liscio e ordinato. È una discussione lunghissima, surreale, portata avanti quasi fino allo sfinimento, senza possibilità di soluzione. Ed è già evidente come Alessandro Comodin voglia trovare, ancora una volta, un ritmo tutto suo, dissonante rispetto alle necessità economiche di una storia. Prendersi tutto il tempo, futile o necessario che sia, produttivo o improduttivo, per giocare con il cinema. Che sembra sempre più uguale al giro a vuoto di un pomeriggio d’estate in un deserto di provincia. Vuoto e ripetizione. E perciò il film segue i pattugliamenti e le divagazioni di Gigi, vigile di campagna, delle parti di San Vito al Tagliamento. Avanti e indietro in auto per le strade del suo paese. Piani sequenza, lunghe inquadrature interrotte dalla punteggiatura del montaggio di João Nicolau, la scrittura che si dissolve per lasciar spazio all’attesa e alla scoperta, dialoghi che non arrivano a niente, incontri che sono quasi momenti obbligati di un’orbita ellittica, le tracce di un’indagine che è solo un fragile appiglio.

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Ma il punto non è raccontare una realtà  specifica, determinata. Perché c’è un che di tropicale nel cinema di Comodin. A partire da quel giardino di Gigi che ne è la prova più lussureggiante, in quell’inizio e in un’altra scena notturna, lunare, di apparizioni impreviste. Sì, ogni sua immagine testimonia da sempre un innato senso dello spazio, della natura e del paesaggio. Ma scena dopo scena, si avverte sempre più un’aria umida, che sa di sudore, di odori intensi, di insetti. Che sa di stanchezza. “Foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia”. Qualcosa che ha a che fare con un tempo in caduta libera, fuori dalla possibilità di un’efficienza. Un tempo perso che, forse, è il tempo migliore del mondo. Ma in cui, al di là del dato letterale delle cose, degli alberi, delle strade, si intuisce l’esistenza di tutta una dimensione nascosta, misteriosa. Che riguarda anche il moto fluido della vita interiore e le energie segrete che connettono le persone. Insomma, pur essendo intimamente legati a una terra, i film di Comodin sembrano venire da un altro pianeta. Dalla Thailandia forse. Tanto da riportare alla mente, per porte alchemiche e corti arcane, Apichatpong Weerasethakul.

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Un cinema che vive di epifanie e trasfigurazioni, quindi. E allora ripensi proprio a quella scena iniziale del litigio. Al fatto che il vicino sia solo una voce, chissà se reale o se immaginata dal protagonista. Come fosse una sua folle proiezione. E di colpo diventa chiaro come il cuore profondo del film sia nell’attesa e nel bisogno dell’altro. Ti rendi conto di come il “vero” Gigi, zio di Comodin, sia una persona inaccessibile, al di là del suo fare scanzonato e rilassato. E di quanto il personaggio sia solo, mai perfettamente allineato a chi gli sta accanto e gli parla. Fino al momento in cui una semplice domanda fa cadere ogni protezione, svelando la fatica di un’assenza, la sensazione di un limite non superato, di tutta una vita non vissuta. Di tutto ciò che è stato lasciato fuoricampo.

Ecco. È possibile recuperare la distanza del fuoricampo? Sarà mai possibile trovare un controcampo, non dico perfetto, perché sarebbe una follia, ma che sappia adattarsi delicatamente alla tua inquadratura, alla tua posizione? Quando Gigi inizia le sue conversazioni radio con Paola, la nuova agente addetta al centralino, temiamo la possibilità di una lontananza incolmabile. Quella voce sembra destinata a rimanere una specie di canto di sirena o di sogno esotico. Quanto più il suo tono comincia a modularsi dolcemente, anche quando incominciano a emergere le prime faville di un gioco più necessario e profondo, tanto più si avverte la sensazione e la paura di una separazione ineliminabile. E Comodin gioca proprio con questo timore. Con gli elementi semplici della grammatica, i pochi strumenti imperfetti del linguaggio.

Non ci sarà mai concesso vedere il controcampo, forse. Ma qualche volta accade. Che vengano i tempi felici. Che non solo quel controcampo esista. Ma che si possa abitare anche lo spazio di un’unica inquadratura, un istante infinito di presenza, dolcezza, comprensione. In cui liberarsi, fino a sciogliere i groppi interni. Piangere, per poi iniziare a cantare. È raro, ma accade. Come i miracoli.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.4
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Il voto dei lettori
4.14 (7 voti)
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