Ginger Baker, la batteria che dava il tempo al Cinema

Minuto 47 di Beware of Mr. Baker. Il documentario di Jay Bulger del 2012 sta raccontando la genesi e le bizzarrie della battaglie tra batteristi che vedeva come il più sulfureo dei protagonisti Ginger Baker. Bastano appena due minuti, visionabili anche su Youtube, del survoltato montaggio per esplicare visivamente cosa rendeva unico il batterista dei Cream, morto il 6 Ottobre a 80 anni dopo essere stato ricoverato il mese scorso per i problemi di cuore che lo avevano afflitto negli ultimi anni. Quella tecnica e quell’energia che tanti batteristi metal hanno provato a serializzare attraverso lo studio attento dei suoi tricks sono difficilmente replicabili nella mistura acida che lo contraddistingueva. Ma essere stato il padre putativo di orde di picchiatori dello strumento non lo inorgogliva, anzi: “La gente dice che i Cream hanno fatto nascere l’heavy metal. Se è così, avremmo dovuto abortire“. Il celebre caratteraccio che rischiò di mandarlo quasi in prigione (prima le liti col coltello con Jack Bruce nei Cream, poi i guai col fisco statunitense) non è riuscito, nemmeno volendo, ad alienargli le simpatie qualitative dei suoi colleghi. Prova ne sono i consueti tweet di cordoglio che mai come in questo caso raggiungono davvero l’eccellenza della musica rock. Da Paul Mc Cartney a Gary Kemp degli Spandau Ballet che esemplifica il suo lascito testamentario così: “The reason so many drummers wanted a double-bass drum“, dal bassista Flea che rivendica “So much freedom in his play” a Mick Jagger che preferisce ricordarne la giovanile collaborazione: “I remember playing with him very early on in Alexis Korner’s Blues Incorporated“. Ginger Baker non è stato solo ardente come la sua chioma ma anche un musicista, soprattutto nella seconda parte della carriera, estremamente eclettico che pur di apprendere dal vivo i suoni della musica africana che lo appassionava non esitò a permanere per qualche anno in Nigeria. “Capisce i ritmi africani meglio di qualsiasi occidentale», ha detto di Baker il leggendario batterista afrobeat Tony Allen e crediamo che questa investitura, pur senza averne la prova fattuale, sia una delle poche che ha apprezzato.

Il rapporto col cinema è ovviamente giocato in primis sulla fase di collaborazione con i Cream e con la recentissima vertigine finale del JOKER di Todd Phillips. Il fuoco della città che brucia alle spalle del pagliaccio sembra infatti ulteriormente alimentato dall’assolo di White room che sancisce la definitiva discesa nella follia anarcoide di gran parte della popolazione di Gotham City, pronta a farsi orda di distruzione sotto l’egida del più pericoloso dei leader di strada. E andando di attrazione cinematografica in attrazione cinematografica come non ricordare uno dei film diretti dalle maggiori fonti d’ispirazione del primo cinecomics vincitore del Leone d’Argento a Venezia? Il riff assassino di Sunshine of your Love in Quei bravi ragazzi di Martin  Scorsese preannuncia prima e sottolinea dopo la scelta (estemporanea? magnifica ambiguità accentuata dal movimento della mdp a stringere sul viso di Robert De Niro) di  un Jimmy Conway sempre più paranoico di uccidere il suo socio Morrie Kessler. In un certo senso la Morte, intesa come fine di un periodo irripetibile e di un film che nel bene e nel male l’industria hollywoodiana difficilmente ripeterà, segna anche Fandango di Kevin Reynolds che si chiude con la splendida Can’t find my way home dei Blind Faith, dove la delicata chitarra di Eric Clapton trova un perfetto controcanto proprio nei passaggi sincopati della batteria di Ginger Baker.

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