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Gioia mia, di Margherita Spampinato

C’è un sapore piacevole che lascia questa storia, perché l’autrice è capace di muoversi con leggerezza tra le ferite della vita e la spensieratezza della gioventù. #RoFF20. Alice nella Città

Nell’estate palermitana il piccolo Nico (Marco Fiore) viene consegnato alla zia Gela (Aurora Quattrocchi), perché i genitori lavorano e la baby sitter ha lasciato l’impiego per ragioni personali. Due caratteri si scontrano nella grande casa lontana dalle tecnologie: niente wi-fi, niente elettrodomestici, niente aria condizionata, soltanto ventagli. Le persiane devono restare abbassate per non fare entrare i raggi solari e le tende si lasciano cullare dolcemente dalla brezza marina. Si gioca a carte, scopa o briscola, il cellulare è bandito, come sono banditi abbracci, smancerie, dolcetti e “prelibatezze” culinarie per preadolescenti viziati e scontrosi. In quel palazzo, tra arazzi e santi alle pareti, si vive quasi in promiscuità con gli altri condomini, tutte nonne e i rispettivi nipotini coetanei, tra i quali c’è Rosa (Martina Ziami), la più sveglia e spigliata del gruppo, capace di aprire le porte degli appartamenti armata di lastra radiografica, e soprattutto capace di sfidare leggende e superstizioni su presunti fantasmi che “abitano” da quelle parti.

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Laboratorio di SUONO PRESA DIRETTA, a Roma dal 16 marzo


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La zia, quasi infastidita dalla venuta del nipote e con un passato da nascondere, prova a piegarlo, spingendolo nel suo mondo di spiriti e angeli. Lentamente nascerà un legame inaspettato e profondo. Gioia mia, Premio Speciale della Giuria CINÉ+ e Pardo per la migliore interpretazione ad Aurora Quattrocchi al Festival di Locarno nella sezione “Cineasti del presente”, rappresenta l’esordio al lungometraggio per Margherita Spampinato, nata a Palermo e laureata alla Sapienza in Lettere e Filosofia. È un viaggio nel tempo, in cui in un luogo apparentemente fermo nello spazio piomba la fanciullezza, la freschezza di sguardo. L’antico fare cinema sembra davvero guidare la mano della regista che nei meandri del passato imbastisce una lotta con la modernità e la tecnologia. Si cede alla nostalgia del racconto, quel sentimento per cui l’estate è appunto l’approdo più efficace, tra il sospeso e il temporaneo: tutto è in divenire, trasformazione, spinta a cercare una risposta. Resta sicuramente un sapore piacevole in fondo alla storia, anche per la capacità dell’autrice di muoversi con leggerezza e tatto tra le ferite della vita e la spensieratezza della gioventù.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
3.1 (30 voti)

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