Giorgio Gaber, il tempo in musica


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In questo scorcio impazzito di inizio anno, abbiamo appena finito di fare i conti con la memoria della stagione passata, in mano la bottiglia con cui salutare l'entrata del nuovo anno, nel cuore l'armamentario indicibile di atti mancati, falliti, sorpresi con cui ci siamo dati in pasto all'incedere sinuoso e terribile della vita. E' bello vincere, ma forse è ancora più bello perdere. Più entusiasmante, più drammatico, più vitale. Come spesso ci capita di scrivere, ci piacciono troppo i conti che non tornano, le andate senza ritorno, i bilanci che si avviluppano su se stessi, perché forse non esiste bilancio che possa dirci, raccontarci, contenerci. Doveva pensarla così Giorgio Gaber, che ci ha lasciati improvvisamente proprio questo primo giorno dell'anno, quasi a confermare ogni fatalistica deriva dell'ultimo senso possibile che non a caso sopraggiunge con la morte. Il cinema è vita, lo sappiamo bene, dunque canzone, sbilanciamento, sospensione. E Gaber era tutto questo, sublime chansonnier in grado di farsi eccedere di volta in volta dal presente, dalla politica, dalla musica, per filmarne di volta in volta la vuota trasparenza occlusiva. Già filmarne. Non è un caso che in questo spazio virtuale (eppure tremendamente fisico e doloroso) si parli di lui, dei suoi gesti assolutamente fisici, del suo sguardo in bilico tra salvezza e dannazione, romanticismo e astrattismo. Ci piace il cinema che esce fuori dal cinema per farsi corpo, grido. Mondo. Stavolta ne abbiamo trovato dei frammenti di impossibile grandezza nei rallentamenti sin troppo umani di una voce/corpo che ha cercato di raccontare il disagio del presente, avvolgendolo nei ritmi faticosi e barcollanti di un respiro altalenante/ intermittente/ singhiozzante. E vitale come quello di pochi altri.


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Giorgio Gaber nasce nel 1939 e fin da giovane adora strimpellare la chitarra, anche per risollevarsi da una grave semiparalisi che gli affligge il braccio destro. L'inizio poi al Santa Tecla di Milano in cui in quegli anni (ci troviamo negli anni '60) fanno le loro prime apparizioni anche Jannacci e Celentano. Il tempo di esibirsi, una presenza che già si faceva notare, ed ecco che il gran patrono della musica d'autore di quegli anni, Mogol, mette Giorgio sotto contratto dopo un breve provino, per la Ricordi. E' la volta del suo primo disco, pieno di ammiccamenti a certa musica facile di quegli anni, ma non è tutto. Il giovane Gaber sembra sdoppiarsi all'interno dello stesso disco, sullo spartito della stessa musica, andando a prefigurare proprio là dove nessuno se lo sarebbe aspettato, il cambio di passo inevitabile. Ci troviamo a metà anni '60, e il nostro Paese comincia a saggiare i primi accenni di quello scontro sociale/generazionale che sarebbe venuto di lì a poco. Ma intanto Gaber pensa bene di cavalcare il successo di quegli anni, con ritmo disteso e in fondo assolutamente consapevole di canzoni come Torpedo blu, perfette oggi per raccontarci qualcosa di interessante su quegli anni, all'interno di quella precisa atmosfera di vita. Ecco allora lo spartiacque della sua carriera, e in parte, di un bel pezzo di storia italiana. O dentro o fuori, o all'interno dei meccanismi ultracollaudati (Sanremo, Canzonissima, e altro) oppure direttamente la piazza, con i suoi schiamazzi, le sue proteste, le sue rivendicazioni. Gaber parte dal dentro con Canzonissima e la sua meravigliosa Com'è bella la città, ma in realtà si parla già di un corpo perfettamente sdoppiato. E' una canzone dura, vibrante, capace di anticipare con toni assolutamente irridenti e pessimisti la solitudine della città e per la città, i ritmi asfittici e post-umani dell'urbanizzazione a tutti i costi. La svolta allora. Non però dal dentro al fuori, come abbiamo suggerito, ma dal dentro dello Spettacolo tonitruante e sonnolento, al dentro caledoscopico dell'unica forma di rappresentazione possibile per Gaber: quella del proprio corpo snodabile, poco adatto ai ritmi già allora omologati della televisione. Insomma diverso, dunque instabile, scomodo, scoppiettante. La sua piazza diventa un teatro, il suo megafono un microfono da cui incenerire ogni luogo comune sulla rivoluzione, il cambiamento, la partecipazione. Gli viene offerta infatti dal Piccolo Teatro di Milano la possibilità di avere uno show tutto per sé.

E' la volta del Signor G allora, ovvero del signor Gaberschik in arte Gaber, il signor nessuno, l'uomo qualunque che inizia a raccontare l'evoluzione di un linguaggio (comune e non), il cambiamento di una vera e propria superficie di senso. Si tratta di musica, siamo d'accordo, ma anche di cabaret/ politica/ Brel/ Celine/ Borges/ teatro. La commistione è tutto, non si può, non si deve seguire un solo andazzo espressivo, una sola mandata formale. Gaber produce un vorticoso fraseggio che passa in rassegna una galleria incredibile di suoni, di parole, di linguaggi, di forme. E' la nascita di uno sguardo/senso per forza di cose ottuso (per dirla alla Barthes), incapace di farsi massa visibile proprio perché derivato composito e perfettamente irrisolto di suggestioni indescrivibili, refrattarie all'incasellamento diagnostico. E' Spettacolo che mangia spettacolo, capace di farsi spinta centrifuga rispetto all'andamento sinusoidale/libero del movimento en plen air di tanti suoi compagni dell'epoca, eppure atto impossibile da fermare nell'hic et nunc del fuori, o peggio ancora del dentro. Si dà politica del corpo in assetto di protesta, del testo stratificato, della melodia in avanti rispetto al target del periodo. Ma nondimeno di un corpo assolutamente sbilanciato nella non-direzione della mimesi rappresentativa tra stato d'animo e creazione artistica. Far finta d'esser sani, Polli d'allevamento allora, quando la parola è niente, già oltrepassata in tronco dal suo corrispettivo agito (la genialità di questi titoli ricorda in parte la sublime e impossibile sintesi di un senso nei titoli dei film di Troisi), dai suoi tanti possibili corrispettivi di una realtà che non si deve testimoniare, ma distruggere per poterla poi immaginare meglio, dal suo potenziale grado zero di visione. E la sintesi del '68 pensato/ discusso/ ucciso da Gaber, e non soltanto per il tenore antifrastico dei suoi testi, ma proprio per aver fatto del proprio corpo uno strumento di protesta indelebile, non databile, difficilmente individuabile in una sintesi ordinata. Quando il testo musicale diventa insufficiente, ecco allora la presenza affabulatoria e magica del solo testo teatrale ne Il grigio (1989), in cui Gaber si ripensa quale creatore di immagini -in- movimento (già si parla in filigrana di un cinema in musica da accogliere solo e soltanto come vita) e della sua disillusione prospettica, delle sue fughe in avanti finite troppo presto in pasto all'oblio menzognero di una coscienza travagliata. E poi Il dilemma per dirci della moralità di una scelta che forse non avverrà mai, ma anche l'amore, o forse soprattutto l'amore, quello vero, quello difficile da materializzare in oggetto fugace di godimento, di stabilità, di bellezza. Nel suo ultimo album Gaber ci ha parlato direttamente al cuore, come ha sempre fatto, e ci ha narrato di una generazione (la sua, ma in fondo quella di tutti noi) che ha perso. Si canta degli ideali di una volta, dell'impegno di allora, di un mondo (dell'entusiasmo) che non c'è più. Ma anche del tempo che passa. Che mente, che ruba. Le ideologie sono morte, l'utopia ancora no. Bisogna continuare a praticarla. Abitandola. Filmandone ieri come oggi la resistenza.