Gioventù bruciata, di Nicholas Ray

james dean e natalie wood in gioventù bruciataNon solo uno dei punti più alti della filmografia di Ray ma della rappresentazione della figura del "loser" nella storia del cinema. Il capolavoro che segnò un'epoca è una della tante/troppo poche pellicole che non ci stancheremo mai di rivedere per scoprire dove può condurci.

Che si tratti di un classico Ray ce lo mostra cristallinamente subito, con la splendida potenza della scena d'apertura sui titoli di testa. rossi come il giacchetto di pelle di Jim Stark: Dean, ubriaco e steso a faccia in giù sul marciapiede di fronte alla m.d.p. anch'essa rasoterra, che gioca con un pupazzo meccanico e con della spazzatura. Una fisicità, quella con la quale Dean vive l'ubriacatura fictionale, che la rende degna di confronto con quella che valse a Stewart il primo Oscar nel capolavoro di Cukor Scandalo a Filadelfia. Molto semplice (e di straordinaria efficacia, come ogni intuizione geniale) l'idea di inquadrare, nella successiva sequenza al posto di polizia, la Legge (simboleggiata attraverso i suoi rappresentanti) frontalmente, per suggerire la stabilità contrapposta all'in-stabilità non solo di Jim/Dean ma di tutti i personaggi della storia: Judy/Wood, Bus/Allen, i genitori di Dean in particolare ma anche quelli della Wood e infine il più instabile e tragico di tutti, il Plato di Sal Mineo. La sequenza nel planetario si inserisce come elemento unificante i destini di tutti (ed è, infatti, l'unico momento di quiete, di armonia del film) nel loro (e dell'umanità intera) ineluttabile destino di diventare un giorno "polvere di stelle" (quasi una sorta di messaggio rassicurante: finalmente il mondo si quieterà, si smetterà di soffrire…) e nel non sapere accomunante ("da dove vengono [veniamo] e dove vanno [andiamo]"). Ma all'esterno del planetario questa momentanea quiete viene spazzata via dalla scena successiva in cui Dean si trova con le spalle al parapetto nel punto di osservazione/belvedere del complesso. E anche qui, pur trattandosi di un luogo all'aperto, la claustrofobia è insistentemente suggerita dalle riprese dall'alto che schiacciano i personaggi e li costringono a seguire il loro cammino di violenza/morte. Per le caratteristiche fisico-simboliche di queste due sequenze, questo luogo non potrà che essere il teatro (del resto, in esso si rappresenta "lo spettacolo dell'universo") della celeberrima e disturbante scena finale che chiude circolarmente la corsa verso la morte proprio qui iniziata.

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L'inquietudine, la rabbia, la fragilità, lo stordimento, lo smarrimento e la turbinosa mescolanza di questi eterogenei "sentire" di Jim, sono incarnati da Dean con una partecipazione profonda, che trae linfa da potenti radici auto-biografiche e si canalizza come in una chiusa forzata sempre sul punto di esplodere in capacità espressive d'ineguagliabile, personalissima visceralità.

Basterebbe solo questa punta centrale della "trilogia dell'attore" a questo Mito maledetto come pochi altri per mostrare in nuce ciò che sarebbe potuto diventare: un altro Brando o un Clift (anche lui concessosi così poco tempo per dimostrare le proprie immense doti). E come tutti i capolavori Gioventù bruciata è anche un film di momenti eterni ed eternanti: la celeberrima "corsa del coniglio" assume valenze mitiche perché esemplare e riassuntiva di temi/sentimenti che segnano tutta la pellicola come la noia, la stupidità dell'eroismo fine a sè stesso, il desiderio di superare i limiti che la società c'impone, l'elettrizzante gesto di giocare con la morte di chi sembra che della vita non sappia che farsene, il fascino della fatalità, del dare spettacolo ("il cinema nel cinema") e si chiude con "perfetto squilibrio" quando l'incapacità di affrontare il gioco diventato morte porta un ragazzo a pronunciare la frettolosa e terribile frase "povero Bus", prima di distogliere lo sguardo dal precipizio sull'oceano.

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gioventù bruciataAncora più lancinante della conclusione della corsa è il ritorno a casa di Dean che beve avidamente la bottiglia di latte (cercando di rinfrescarsi il viso col suo vetro ghiacciato) come se fosse un magico elisir capace di liberarlo dalle sue angosce o la spettrale irrealtà delle scene nella villa disabitata, squarciate dall'atroce spensieratezza di Dean assieme alla Wood e Mineo. Ma la vera scena-madre (anche nel senso "fetale" del termine) del film, quella che più cartesianamente visualizza le forze in campo è il confronto/scontro con i genitori di Dean, con la madre/chioccia/dominatrice e il padre/colf/succube della moglie nella quale la vertigine della scelta giusta è espressa magistralmente dalla mdp di Ray, che s'inclina quando Dean capisce che non vogliono che confessi la sua presenza alla tragica "corsa del coniglio", e che si vede chiudere a valle (il padre-inferiore) e a monte (la madre-superiore) la "strada" verso la scelta che deve fare per incominciare a rispettarsi, ad amarsi. Indimenticabile il finale in perfetto stile hollywoodiano, suggellato dall'epitaffio di Dean all'amico Plato "aveva sempre freddo" (la mancanza di amore rende freddi come cadaveri, potremmo chiosare) e dal giacchetto rosso (solo uno dei più appariscenti utilizzi magnificamente espressionisti del colore) che, steso pietosamente sul corpo di Mineo, con tragico trapasso si trasforma da simbolo di selvaggia aggressività in incerata per cadavere.

 

 

Titolo originale: Rebel without a Cause

 

Regia: Nicholas Ray

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Interpreti: James Dean, Natalie Wood, Sal Mineo, Jim Backus, Ann Doran, Corey Allen, Dennis Hopper                                                                                                               

 

 

Durata: 111'

 

 

Origine: Usa 1955

 

Distribuzione: Cineteca di Bologna