Gli anni amari, di Andrea Adriatico

Rievocare la figura di Mario Mieli significa rievocare un’epoca. Nato nel 1952 a Milano, appartenente ad una famiglia alto borghese di numerosa prole, Mieli ha vissuto una stagione politica e culturale del paese di transizione e di lotta, dentro un contesto mondiale diviso in blocchi dalla guerra fredda. L’omosessualità, grazie alla spinta dei movimenti giovanili del ’68, rompe i tabù di riservatezza, e il coming out abbraccia a largo spettro tutta la sfera erotica. Un’onda vulcanica, incandescente, acida e stralunata, rottura e rivendicazione dei corpi, il piacere dell’amplesso sfida l’ipocrisia, e mette in prima linea le donne con il propulsore del collettivo femminista.

Andrea Adriatico (guarda la nostra intervista) prova ad ottenere un’implosione tematica circoscritta nel perimetro ampio dell’esistenza di Mario Mieli, fatta di mille viaggi e di mille parole, di volti, di amicizie ed amore, e disperazione. Una soluzione di continuità con i precedenti lavori del regista, da sempre orbitanti dei diritti e dell’identità sessuale già a partire dal primo lungometraggio Il vento, di sera. Discorso continuato con All’amore assente, + o – il sesso confuso. Racconti di mondi nell’era AIDS e Torri, checche e tortellini.

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La contestazione negli Anni Amari passa dalla terminologia di piazza al processo senza appello dell’istituzione familiare, rappresentata attraverso i genitori di Mario (Nicola Di Benedetto), Liderica (Sandra Ceccarelli) e Walter (Antonio Catania). Il montaggio alternato interno/esterno, pubblico/privato, trova il comune denominatore nel protagonista in un’identica posizione ostinata e contraria ai valori consolidati e tradizionali. Il ritratto, eccentrico e plateale, segue un percorso privo di slittamenti temporali e chiude progressivamente lo sguardo verso un angolo intimo e riservato, mentre nella prima parte lo schermo è popolato dagli striscioni indignati o dal fumo di una riunione programmatica. Non a caso l’impegno intellettuale di Mieli cambia registro con il passare del tempo, diventa meno specifico e più universale.

Paladino delle lotte di genere (dopo un’esperienza londinese con il Gay Liberation Front, aderì prima a Fuori!, poi ai Collettivi Omosessuali Milanesi), un attivismo ribadito costantemente indossando abiti da donna, arriva alla notorietà con la pubblicazione della sua tesi di laurea in Filosofia morale per Einaudi, Elementi di una critica omosessuale. E prima del suicidio, avvenuto in età giovanissima, riceverà addirittura un’investitura pubblica grazie alla Rai ed al teatro, per cui scrive La Traviata Norma. Ovvero: Vaffanculo… ebbene sì!

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Il film accompagna fedelmente ognuno di questi passaggi di status, tralascia la deflagrazione personale quasi la dissociazione corporea fosse inaspettata, e non il risultato di un dolore passato anche attraverso il ricovero in manicomio. Sceglie di essere prevalentemente ludico, con un gergo di volgarità riservato all’ambiente domestico, focolaio di ogni male. Esagera forse nel ricorso ad autori e concetti, in un continuo riformulare poetico e filosofico, ed erode con la scrittura parte della potenza dell’immagine. È autentico e convincente nella parte musicale, da Abracadabra di Sylvie Vartan, ai Dik Dik, a Rumore di Raffaella Carrà, fino ad Ivan Cattaneo, coinvolto anche come personaggio della storia. Il surplus nozionistico lascia intatto l’esercizio di massima, un grido di libertà di cui sente sempre un gran bisogno.

 

Regia: Andrea Adriatico
Interpreti: Nicola Di Benedetto, Sandra Ceccarelli, Antonio Catania, Tobia De Angelis, Lorenzo Balducci
Distribuzione: I Wonder Pictures
Durata: 112′
Origine: Italia, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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