Gli illimitati confini del cinema africano

Attraversare le giornate del Festival del Cinema Africano, che istituzionalmente guarda a quel solo continente, fa venire in mente lo splendido incipit di Lisbon story: la radio dell'auto che mutava lingua e cadenza ad ogni confine risintonizzandosi, da sola, sulla stazione del nuovo Paese. È proprio in questo incessante movimento, attraverso la  griglia dei paralleli e dei meridiani di quelle terre, che anche la 13° tappa di questa kermesse milanese trova le ragioni stesse della propria vitalità. In Africa gli uomini camminano, diceva qualcuno, ed è proprio in questo mutevole paesaggio di forme e corpi, lingue e storie che il cinema africano disegna gli illimitati confini di innumerevoli anime che stratificano la storia di quel continente che non può e non deve essere considerato come un corpo unico che viaggi in un'unica direzione.


I rinnovati locali della sala Arcobaleno, lo Spazio Oberdan gestita dalla Cineteca Italiana l'Auditorium S. Fedele e il Centro di Cultura Francese quest'anno hanno offerto ottima e qualificata sistemazione alla manifestazione, soprattutto perché tutto facilmente raggiungibile nei tempi (stretti) che il programma impone.

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Manifestazione che sembra ormai avere trovato uno spazio nella vita culturale della città, oltre che nel cuore dei cinefili che cercano (e nella gran parte trovano) nel cinema africano quell'autentico e sincero desiderio di comunicare stati d'animo che si fa fatica a ritrovare nel cinema in circolazione nelle nostre sale.


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Lungi da noi ogni retorica, qui si vuole parlare di sottile (auto)ironia, di dolore e riscatto, di felicità e di malinconico ricordo. Tutti questi sentimenti filtrati da una condizione di estrema inquietudine requisito necessario per la ricerca di una propria dimensione in uno spazio che non sembra avere dimensioni.

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Così ci viene in mente il film in concorso di Abderrahmane Sissako, Heremakono (Aspettando la felicità), dove, in uno spazio smisurato, su una sperduta penisola sospesa nel tempo si aggirano le figure dei protagonisti quasi generati dalla sabbia e dal mare, dal ricordo e icone dei propri stessi sentimenti che consumano le proprie esistenze tra il desiderio dell'abbandono di quella terra e lo scontro con l'opposta volontà di restarci, tra il sogno del presente e la sola realtà di un futuro identico. Struggente contrasto di speranze che ne fa una delle opere più mirabili dell'intero festival, restituendo a pieno quel senso di perversa malinconia connaturata nella mitologia africana.


Con le stesse intenzioni che sembrano quasi rovesciate, ci si lascia affascinare dal breve racconto della ruandese Histoire de tresses  in concorso nella sezione cortometraggi. Nel breve volgere di 23 minuti, la storia di Dorylia, sicuramente profuga dalle terribili storie del Ruanda, che fa treccine alle proprie clienti con la capacità di trasmettere loro una pace che ella stessa non possiede afflitta com'è dal ricordo e dal desiderio di un impossibile ritorno e dall'incerto futuro del suo bambino che pare ancora più rinchiuso nel suo box, nella piccola stanza semibuia dove Dorylia continua, incessantemente, a fare le treccine alle proprie clienti.


Figure femminili su tutto e tutti, soprattutto nel cinema di quei Paesi dove è più forte la deriva occidentale, perché pare normale che nell'Africa nera resti assegnato al ruolo femminile quel matriarcato atavico immune da ogni rivalsa maschile e non sembra essere così, invece, nella fascia maghrebina. Qui la spinta al rinnovamento, ad una nuova concezione dei rapporti sociali è, (in)consapevolmente affidato alla donna: basta guardare al film vincitore del Concorso nella sezione dei lungometraggi Rachida dell'algerina Yamina Bachir-Chouikh, in cui l'indomita forza della protagonista non le permette di piegarsi alle arretrate concezioni religiose e sociali del proprio Paese. O, ancora, all'opera in concorso del tunisino Nouri Bouzid che con il suo Poupes d'argilè traccia un percorso di riscatto, attraverso una storia di contrappunti tra la giovane e sensuale Rebeh e la piccola Feddha. Entrambe costrette dallo stesso destino a servire nelle case dei benestanti di Tunisi, potranno trovare l'indispensabile liberazione solo mettendo in gioco il tutto del niente che hanno, ma soprattutto le loro vite. Su tutt'altro versante l'esuberante Madame Brouette del senegalese Moussa Sene Absa, che ci insegna, con un film coloratissimo e musicalissimo che l'allegria e solidarietà femminile  abitano anche in Africa.

Degni di menzione molte altre opere: Promised land del sudafricano Xenopoulos, che attraverso ardite scelte estetiche e atmosfere lynchane avvolge, lentamente, i protagonisti in un bozzolo di violenza scatenata dalla comunità afrikaner che difende i propri residui privilegi; Abouna (Nostro padre) di Mahamat-Saleh Haroun regista del Ciad, film silenzioso dalle atmosfere lievemente truffautiane in cui due fratelli adolescenti sono alla ricerca del padre che credono di rivedere in un film. Il furto della pellicola sarà servirà ad impossessarsi di quell'immagine, una storia di fughe e di solitudini che si scioglierà nel canto finale; il sorprendente Paris selon Mousa di Cheick Doukourè che dalla Guinea ci narra del difficilissimo rapporto tra gli africani e l'Europa attraverso una mirabile equilibrio tra semplicità ed efficacia narrativa, tra commedia umana e tragedia personale.


Tra i corti, oltre al già ricordato film vincitore, il divertente I have a dream di Zak Ovè storia di due senegalesi un po' ingenui che dovranno saldare un debito entro la giornata. La loro inesperienza diventerà quasi una virtù e uno dei due troverà l'amore.