Gli invisibili, di Oren Moverman

Questa volta Moverman non ci convince. Il suo è un film onesto e sanamente fuori dal tempo, ma che fallisce l’unico obiettivo che dichiaratamente si pone: farci condividere l’esperienza di una persona

Mette un po’ in crisi questo Time Out of Mind. Perché quello di Moverman è da sempre (e si conferma) il cinema dei sentimenti più intimi e trattenuti, delle odissee private condivise con gli spettatori. Bel film Rampart, ottimo film Oltre le regole. E allora quest’ultimo progetto (ancora scritto e diretto) poteva essere veramente il culmine di un percorso registico: un senza tetto, la sua perdita nella “distante” e bellissima New York contemporanea, l’incomunicabilità classica riconfigurata in tempi di esperienze virtuali. E poi un passato personale che balena a tratti ma si rintana nell’oblio perché troppo doloroso e infine il rapporto appena abbozzato con una figlia che proprio non ne vuole sapere di un padre che “ha fatto troppe cazzate nella vita”. Il volto sfatto ma non troppo (per risultare veramente credibile…) di Richard Gere domina letteralmete il film: i suoi primi piani, la scelta insistita di ritagliarlo dal contesto con teleobiettivi che schiacciano New York in un lontano eco fuori-fuoco, il continuo pedinamento che vuole e deve essere emotivamente partecipe, infine i rumori della città percepiti e restituiti come un coacervo di voci nella sua/nostra distanza disperata. Il corpo di Gere è sempre catturato dall’occhio della città e dai mille vetri e vetrine che la colorano, disegnando uno spazio mentale alternativo (il titolo del film è sin troppo palese) e con ambizioni vansantiane nella gestione del tempo (dilatato, intimo, sempre altro rispetto al mondo).

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richard gere gli invisibiliUn film che ci mette in crisi, si diceva. Perché Moverman vuole chiaramente echeggiare classici settanteschi aggiornati ai tempi del post 11 settembre, strizzando l’occhio a un regista come Jerry Schatzberg ma non riuscendo proprio mai ad avvicinarsi – e spiace molto dirlo – a quel vorticoso cinema/esperienza che era Panico a Needle Park o Lo spaventapasseri. L’insistita estetizzazione di ogni movimento, l’ossessione per la “bella inquadratura” e per la “giusta composizione” (questi sono i danni di Steve McQueen diceva qualcuno all’uscita dal film…) restituiscono un dolente caos depressivo incredibilmente trattenuto e pre-ordinato. Effetto tristemente anestetizzante. Anche il sottile e commovente discorso tutto metacinematografico sullo statuto iconico di un grande divo del passato come Richard Gere rimane appena abbozzato, troppo nascosto, non raggiungendo quasi mai un vero all is lost. E allora non possono non venire in mente i film americani di Amir Naderi (A,B,C Manhattan o il monumentale lavoro sul sonoro di Sound Barrier) per trovare veramente inquadrature che forzino le regole del cinema e restituiscano un’esperienza di perdita nella New York che soffoca. Ecco: Moverman questa volta non va mai oltre le regole, la sua testarda sincerità rimane cofinata solo nelle intenzioni e/o nei suoi alti referenti. Time Out of Mind è un film onesto, ambizioso, anacronistico e sanamente fuori dal tempo, ma che purtroppo fallisce l’unico obiettivo che dichiaratamente si pone: farci condividere l’esperienza emotiva di una persona.

Titolo originale: Time Out of Mind
Regia: Oren Moverman
Interpreti: Richard Gere, Jena Malone, Danielle Brooks, Yul Vazquez, Ben Vereen
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 120′

Origine: Usa, 2014

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