Gli occhi degli altri, di Andrea De Sica
Il film più oscuro e sensuale del regista: un thriller psicologico che scava nel desiderio, nel potere e nella violenza dello sguardo. Che sorpresa! #RoFF20. Progressive Cinema
Gli occhi degli altri, terza opera da regista di Andrea De Sica, dopo I figli della notte e Non mi uccidere, sembra collocarsi inizialmente – e con grande curiosità – dalle parti degli 007 di una volta, quelli, per intenderci, di Sean Connery e Roger Moore. Nella sequenza d’apertura c’è infatti un sottofondo musicale alla John Barry, seguono una camera da letto estremamente armoniosa ed elegante, un terrazzo che affaccia sul mare, un porto e ancora un uomo sconosciuto che dà le spalle alla macchina da presa, per poi voltarsi lentamente, facendo un cenno appena percettibile, o meglio, rivolgendo uno sguardo a qualcosa – o qualcuno – che, a differenza sua, non ha raggiunto il mare, restando sulla cima ad osservare gli ospiti appena approdati.
Ecco dunque la gerarchia dei ruoli. De Sica pur dichiarandola, non ricorre alla parola: gli è sufficiente mostrare il divario che separa con immediatezza chi sta sotto da chi sta sopra, per raccontarci tutto il necessario sui protagonisti del suo film più seducente, cupo e spietato. Presentato in anteprima alla XX edizione della Festa del Cinema di Roma, nella sezione Concorso – Progressive Cinema. Non è a Losey che guarda, piuttosto a Pasolini, o ancora a Bertolucci, esplorando le derive evidentemente erotiche e potenzialmente oscure, oltreché tragiche, di un ménage à trois destinato a sconvolgere non soltanto le esistenze delle anime coinvolte, ma anche quelle di un’intera nazione o società.
Corso online PRODUZIONE del DOCUMENTARIO con Raffaele Brunetti dal 5 febbraio

-----------------------------------------------------------------
Infatti, nonostante Gli occhi degli altri cominci con il canonico disclaimer “Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale”, la memoria dello spettatore torna rapidamente alle cronache mediatiche del celebre delitto Casati Stampa avvenuto il 30 agosto 1970: un caso che dialoga con il significato profondo di voyeurismo e con le logiche di possesso e sessualità esibita, ma solo in fatto di manipolazione, o poco più. Qualcosa che ancora oggi risulta tremendamente attuale: basti rivolgere uno sguardo alla cronaca recente, sia in termini di femminicidio, sia di tossicità relazionale inconsciamente normalizzata eppure dannosa, se non addirittura letale per l’una o per l’altra parte.
Ambientato nella bellezza selvaggia di un’isola appartenente a un ricchissimo marchese (Filippo Timi), il film racconta l’arrivo di Elena (Jasmine Trinca) in quei luoghi meravigliosi e isolati e così l’inizio di una passione travolgente tra i due, nonostante il primo sia sposato e la seconda accompagnata. L’uomo che le è accanto, però, non sembra amarla né tantomeno osservarla: tutto ciò che invece il marchese dell’isola, intercetta immediatamente, coinvolgendo Elena in una relazione di complicità e trasgressione, sesso e potere. Dapprima gioco erotico reciprocamente modellato ed esplorato, e infine gabbia, abuso e costrizione. Cos’è che fa più paura: la prigionia dei corpi o quella della mente?
Come detto, De Sica, tornando – almeno in apparenza – al cinema di Pasolini e Bertolucci, ma anche a quello di Godard (si veda la scalinata e si ripensi a Il disprezzo), compie un’operazione nostalgia attorno agli anni ’60, che sembra intenzionata a far luce tanto sulla mutazione degli usi sociali e dei costumi del tempo – la festa in maschera d’estetica fantascientifica lo dimostra con forza, derisoria a tal punto da divenire angosciante – quanto sulle derive oscure, morbose e, perché no, perfino orrorifiche delle manipolazioni relazionali. Teorema, d’altronde, faceva lo stesso, e così The Dreamers. Il sopraggiungere dell’estraneo, o dell’estranea in un contesto affettivo/carnale già precedentemente discusso e fragile.
Il cinema in Timeline – Corso online dal 26 gennaio 2026

-----------------------------------------------------------------
Dunque l’interrogativo non è: cos’è capace di generare il sesso inteso come gioco di seduzione, inganno e potere, bensì cos’è capace di generare lo sguardo e, ancor peggio, la registrazione di quello scenario (riscopriamo le origini del reveng porn?). Ecco perché Gli occhi degli altri, più che farsi melò o biopic dai tragici esiti, sembra trovarsi molto più a suo agio con i linguaggi del thriller psicologico e dell’horror. Codici da sempre protagonisti del cinema di De Sica, a partire dal già citato I figli della notte.
L’isola, il faro, il male in tempesta e così l’isolamento forzato. Nel mezzo, verità scomode, talvolta taciute, altrimenti portate addosso come fossero ferite: dapprima dell’anima e poi del corpo. Quello di Elena, che non respira e non si muove più, rifiutando la sua stessa esistenza, violata ripetutamente da un sadico gioco di potere, inizialmente sottovalutato e compreso solo alla manifestazione effettiva della violenza e di ciò che segue la ribellione inattesa alle regole non scritte, eppure concretizzate da chi quel gioco lo ha creato – e molto probabilmente lo replicherà.
E ancora il corpo di lui sempre nell’ombra, nell’oscurità, mentre quello di lei avvolto dalla luce, perfino nella crisi. Jasmine Trinca e Filippo Timi sono i due pilastri su cui regge un cupissimo, ambizioso ed erotico – nella sua accezione più elegante e riuscita – film d’autore come non se ne vedevano da tempo nel cinema italiano. Ci dice molto sui linguaggi del true crime…Che sorpresa!























