Gli occhi di Tammy Faye, di Michael Showalter

Apertura della Festa del Cinema di Roma il fiacco biopic sulla vicenda dei tele-predicatori Jim e Tammy Faye Bakker si affida unicamente al brio degli interpreti Jessica Chastain e Andrew Garfield

Continua la galleria grottesca di storie vere narrate in guisa di apologo sulla natura bigotta, avida e meschina degli States, con corredo di pesante make up sugli interpreti e stile sovraesposto da Scorsese anni 90, che ad Hollywood ormai rappresenta un vero e proprio filone innescato verosimilmente dal successo dei film di David O. Russell (da American Hustle e Joy siamo passati a I, Tonya o The Founder ecc). Stavolta tocca alla parabola dei tele-predicatori Jim e Tammy Faye Bakker, un impero mediatico costruito sulle donazioni dei fedeli raggiunti attraverso programmi satellitari trasmessi 24h su 24: dal 1974 al 1989 le prediche di lui e i siparietti musicali (canori o come animatrice di pupazzi) di lei li trasformano in miliardari, attirando le ire della comunità religiosa più oltranzista e le malizie delle malelingue – quanto viene realmente trattenuto per permettere la vita nel lusso dei Bakker, dai soldi versati dai donatori? E sarà vero che l’assistente di Jim è in verità l’amante del predicatore?
Jessica Chastain si lancia a capofitto nel ruolo di Tammy Faye, ritratta nel corso di diverse fasi della vita della donna, e il film non vuole raccontare solo il tormentato rapporto con i genitori ultra-credenti o l’ingenua fede della protagonista verso un segno di luce da ricevere puntualmente dal cielo nei momenti di difficoltà, quanto sottolinearne alcuni effettivi caratteri di modernità: dalla volontà di poter truccare gli occhi pur essendo una “donna timorata”, al voler guadagnare un posto di rilievo in un ambiente di soli uomini come quello dei predicatori. Fino al sostegno costante alla causa LGBT, sbocciato come reazione forte all’epidemia dell’AIDS e con i dubbi sull’omosessualità latente del marito (Andrew Garfield, che avevamo lasciato in un ruolo che pare adesso una sorta di evoluzione tecnologica di questo, ovvero il protagonista webstar di Mainstream di Gia Coppola – per non parlare ovviamente del gesuita di Silence che potrebbe essere l’antesignano…).

Purtroppo, The eyes of Tammy Faye si tiene lontano da qualunque riflessione sulla natura del mezzo catodico o sull’evoluzione della dipendenza degli spettatori verso le truffe delle “tv commerciali”: quello che sarebbe potuto essere una sorta di Anchorman religioso non raggiunge neanche a distanza la gittata dell’incendiario dittico di Adam McKay, nonostante dal Michael Showalter di The Big Sick sarebbe stato lecito aspettarsi una direzione vicina (la scrittura del veterano della serialità televisiva Abe Sylvia dona brio forse unicamente ai siparietti sui goffi approcci sessuali dei personaggi).
Mantenere il focus su Tammy Faye fa sì che l’intera vicenda finanziaria e giudiziaria resti giusto una nebbia sullo sfondo, ma il ritratto di questo personaggio televisivo rimasto nel cuore del pubblico americano (con molta probabilità più nella comunità queer che in quella dei fedeli, paradossalmente), pur in perenne primo piano, non riesce mai a vibrare di forza autentica se non quella della solida prova d’attrice – neanche quando la dipendenza dagli psicofarmaci ne mina evidentemente la lucidità. Sulla stessa vicenda esiste un documentario omonimo del 2000 narrato da RuPaul, che ha rappresentato lo spunto di partenza per il film.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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