Gli spostati, di John Huston

È innegabile. Gli spostati di John Huston del 1961, sembra venuto per consacrare una serie di verità che vanno dalla condizione dell’America di quei tempi, conseguenza di una non più controllabile e radicale mutazione epocale, fino alle raggiunte alte qualità di attrice di Marilyn Monroe.
I bellissimi e astratti titoli di testa riflettono la nettezza del bianco e nero nel quale il film è girato e rimandano ad una Gli spostati, 1961chiara iconografia grafica anni 60, quella che letteralmente, molti anni dopo, avremmo considerato, confinante con forme d’arte in rapida evoluzione.
The misfits, il titolo originale, rimanda, invece, alla condizione in cui i protagonisti si trovano e se in italiano Gli spostati rimane un titolo, tutto sommato, accettabile, il più aderente disadatti, tradurrebbe ancora meglio quella inquietudine che non trova baricentro stabile e che tutti i personaggi della piece di Arthur Miller, compresa l’anziana e svagata Isabelle, vivono e il cui malessere sembra doversi riconoscere in tutto il Paese.
Il racconto è fondato su un triangolo e poi quadrilatero amoroso con al centro la bella Roslyn, una ancora giovane, ma Gli spostati_1consapevolmente matura Marilyn Monroe, all’apice della sua luminosa avvenenza. Lei è appena divorziata, conosce del tutto incidentalmente Guido, Eli Wallach anche qui ambiguo e quindi mutevole, e il suo amico Gay, un roccioso Clark Gable, che di mestiere fa il cow boy. Isabel (Thelma Ritter) la vicina di casa di Roslyn pluridivorziata non sa resistere al fascino maschile e spinge Roslyn ad accettare un breve soggiorno nella casa in montagna di Guido. Questi suggerisce la possibilità di catturare cavalli per fare un po’ di soldi. Viene arruolato al gruppo anche Pierce (Montgomery Clift) e anche lui, come gli altri, si innamorerà di Roslyn. In un finale concitato che profila una incipiente venatura ecologica, Gay e Roslyn proveranno a vivere la loro storia d’amore.

gif critica 2

Gli spostati, Gable, Wallach e Clift
Personaggi indefiniti e al confine di una mutazione, dentro le spire di una crisi che non trova sbocco, poiché i tempi negano ormai ogni riconoscibilità delle loro antiche identità. Gay non è più un cow boy, ne è rimasta solo l’anima cattiva, indifferente, cinica che solo l’amore di Roslyn può mitigare. Guido è legato al sogno del volo fin dall’epoca della guerra. Non ama nessuno e nessuno può amare lui. Pierce è un solitario per natura, incapace a dimostrare qualsiasi virilità, ma questa sua estrema fragilità cattura le attenzioni e l’amore ricambiato e sincero di Roslyn. John Huston uomo dalle passioni forti realizza un film fragile e robusto al tempo stesso, in cui la fragilità umana sembra scontrarsi con la durezza del tempo che passa, in un eterno e sfinito confronto di cui conosciamo già l’esito finale. Per contrappasso le figure traggono la propria forza espressiva nella nettezza con cui si Gli spostatistagliano nell’originale bianco e nero che le avvolge. Immagini che sembra non possano che sedimentare nella memoria, e trasformare i corpi in icone di un perenne sradicamento. Roslyn, Gay, Guido, Pierce e Isabelle sono personaggi che non hanno casa, l’hanno abbandonata, forse non l’hanno mai avuta, non ne parlano mai, non ne cercano un’altra. Spaesati e sperduti in un territorio perfino troppo grande, sono preda delle loro passioni sopite, perduti nel vizio del passato. Huston ci mostra la grande depressione, non quella sociale ed economica, ma quella umana, i suoi diventano personaggi tridimensionali, scolpiti nell’immenso scenario di un’America quasi fordiana, che la violenta fotografia di Russell Metty sembra esaltare, ma il cui teatro, privato di ogni epica della conquista e di ogni monumentalità geografica, diventa scenario consueto dell’anima dei Gli spostati, Monroe e Cliftsuoi personaggi. Tutto si risolve in questi lunghi, lunghissimi campi nei quali sembra specchiarsi lo spirito dei protagonisti.
Sono questi elementi a fare di questo film qualcosa di diverso da un western crepuscolare, sottogenere al quale forse per comodità dovrebbe essere assimilato. Ma la sua natura certamente crepuscolare, che si riflette sul mondo e su una malinconica consapevolezza del tempo che passa, diventa, nel silenzio che Huston sa imporre allo sviluppo dei suoi personaggi, un’ombra costante che oscura le anime. Un’oscurità che a volte sembra dileguarsi e traduce per immagini quel rimpianto per un confine mai raggiunto, per una frontiera ormai lontana. Uno sgomento che sembra anticipare certe pagine di Cormac McCarthy.
Gli spostati diventa un film icona e poco importa se alla Gli spostati, John Husto, 1961sua uscita si parlò di un appesantimento letterario che avrebbe danneggiato il risultato, imputando questa inutile superfetazione all’estro letterario di Miller. Ci sembra invece che Huston abbia catturato, in una sorta di eterna istantanea, il carattere profondo del mutamento di un’epoca e realizzato un film che invece di essere in bilico tra passato e presente, afferra l’attimo che nessuno sarebbe riuscito a catturare.
Afflitto da una sorta di maledizione il film di Huston avrebbe segnato le tappe ultime per Marilyn Monroe, di li a poco Gli spostati, Monroe e Gablesuicida in quella notte del 5 agosto 1962 e di Clark Gable, stroncato, appena dopo la fine delle riprese, da un infarto a soli 60 anni.
Monty Clift, avrebbe ancora continuato la sua carriera, ma tra mille difficoltà nel tentativo sempre più difficile di nascondere quella omosessualità che in questo film, pur senza essere esplicitata, resta tratteggiata nei suoi caratteri esteriori, senza attribuzioni precise e dirette.
Un film che si ama anche per questa sua malinconica essenza che trova adesione nel mondo extracorporeo del cinema, quel mondo che talvolta si prova a tirare dentro lo schermo e a volte, come accade in questo commovente film, si riesce pure a compiere il piccolo miracolo.

Titolo originale: The Misfits
Regia: John Huston
Interpreti: Marilyn Monroe, Clark Gable, Eli Wallach, Montgomery Clift, Thelma Ritter
Origine: USA, 1961
Durata: 124’
Genere: drammatico