Gli ultimi fuochi, di Elia Kazan

Supponi di essere nel tuo ufficio, ti sei battuto a duello tutto il giorno, sei esausto. [Con le mani sulle tempia] Questo sei tu. Entra la ragazza. Non ti vede. Si toglie i guanti, apre la borsa, la vuota sul tavolo. Tu la osservi. [Con le mani sulla faccia] Questo sei tu. Lei ha due centesimi, dei fiammiferi e un nichelino. Lascia il nichelino sul tavolo, poi rimette i due centesimi nella borsa. Prende i guanti, va alla stufa, la apre, li mette dentro e accende un fiammifero. Ad un tratto squilla il telefono. [Con un soffio spegne il fiammifero] Lei alza il ricevitore, ascolta e dice: “non ho mai avuto un paio di guanti neri in vita mia”, riattacca. Si inginocchia vicino alla stufa, accende un altro fiammifero. Improvvisamente ti accorgi che c’è un altro uomo nella stanza che osserva ogni movimento della ragazza. [In sottofondo: che succede poi?] Non lo so. Stavo solo facendo del cinema. Monroe Stahr-Robert De Niro – Gli ultimi fuochi

Che cosa è il cinema? Domanda di baziniana memoria che ha sempre stimolato cineasti e scrittori nella proposta di una definizione che non fosse limitativa. Per Francis Scott Fitzgerald, autore del romanzo The Last Tycoon alla base del film, era probabilmente un orizzonte perduto, una sfinge gigantesca impossibile da decodificare. Il suo rapporto con Hollywood fu conflittuale e spesso le collaborazioni si risolvevano in rimozioni e licenziamenti: sembrava incolmabile la distanza tra la parola scritta e la resa visiva di una scena.

Elia Kazan, aiutato in sceneggiatura da Harold Pinter, analizza in profondità questo rapporto tra letteratura e cinema proponendo una contrapposizione tra il produttore Monroe Stahr (interpretato da Robert De Niro ripercorrendo la biografia di Irvin Thalberg, genio-produttore della MGM negli anni ’30) e la schiera di sceneggiatori che si avvicendano davanti la sua scrivania non riuscendo a captare l’essenza del fenomeno cinematografico: il tempo e il movimento. Lo dice in esergo nel suo romanzo Scott Fitzgerald: “Action is Character!”. L’azione è il personaggio e lo spettatore viene ipnotizzato da una serie di movimenti e spostamenti all’interno di quelle atipiche unità di tempo che sono le inquadrature. La scena del nichelino è un esempio evidente di come il montaggio diventa il metronomo che catalizza la nostra attenzione: il senso di tutto non sta nelle cose rappresentate (il nichelino, i centesimi, i guanti neri, il fiammifero) ma nella relazione interrogativa che prova un collegamento tra di esse. Relazione che vede ribaltata la domanda (che vuol dire?) ad ogni cambio di inquadratura.

gli ultimi fuochi robert de niroMa Gli ultimi fuochi non è solo un film teorico che cerca di parlare dall’interno dei meccanismi della macchina cinematografica ma è anche una autoanalisi sincera di un regista quasi settantenne che nella fase finale della sua carriera prova a fare un bilancio voltandosi indietro, guardando il mondo attraverso il getto di una fontana o scostando la tendina di una finestra. Il cinema è la sua vita: dagli inizi caratterizzati dal teatro filmato fino ai grandi successi di Un tram che si chiama Desiderio, Fronte del porto, La valle dell’Eden, Il ribelle dell’Anatolia, Elia Kazan ha sempre portato avanti un discorso poetico che contrapponeva il singolo individuo (Marlon Brando, James Dean, Stathis Giallelis) di fronte a un sistema di potere opprimente che lo costringeva spesso alla resa o al compromesso. La macchina da presa di Kazan sembra abitare adesso luoghi di fantasmi; lo sguardo sembra cercare qualcosa di irrimediabilmente perduto mentre lo spettro di John Carradine fa da Cicerone nella camera di una diva deceduta o nei giganteschi spazi bui dei teatri di posa. In certi punti il film diventa un amarcord felliniano, si pensi alla scena del terremoto e alla successiva apparizione sulla corrente d’acqua di una bellissima donna su di una enorme testa femminile di cartapesta così simile a quella del Casanova di Federico Fellini. Gli ultimi fuochi è impregnato di questa ossessione voyeuristica in cui lo sguardo si spande letteralmente dentro l’oggetto osservato: la fine della New Hollywood è annunciata attraverso amori impossibili, dive capricciose, playboy impotenti, produttogli ultimi fuochi robert de niro jack nicholsonri paranoici, sceneggiatori alcolizzati.

Grandissima sfilata di attori: oltre l’immenso De Niro, Robert Mitchum, John Carradine, Donald Pleasence, Ray Milland, Jeanne Moreau, Tony Curtis, Peter Strauss, Theresa Russell e Anjelica Huston. Su tutti spicca il solito istrione Jack Nicholson nel cameo di un comunista sindacalista che rappresenta la nemesi storica per Kazan, collaborazionista nell’era McCarthy. Quindi più che letteratura, Gli ultimi fuochi è una grande partitura musicale fatta di pause e movimenti, meditazioni e sentimenti. L’amore fugge, come i ricordi, come il successo e il potere. Elia Kazan saluta il suo pubblico immergendosi nel buio del teatro di posa, scompare in silenzio senza fare rumore, così da non disturbare la proiezione.

Titolo originale: The Last Tycoon

Regia: Elia Kazan

Interpreti: Robert De Niro, Robert Mitchum, John Carradine, Donald Pleasence, Ray Milland, Jack Nicholson, Jeanne Moreau, Tony Curtis, Peter Strauss, Theresa Russell, Anjelica Huston

Durata: 125′

Origine: Usa 1976