"Go Go Tales", di Abel Ferrara

Go Go TalesMaledetto cinema, da tenere a distanza, nella tormenta. Ferrara, e’ l’anima contemporanea dello sguardo perso nel vuoto, dello sguardo ritrovato per un’istante e poi ricaduto sul cuore. Brut(t)o del cinema che ci scaraventa nella natura malefica dell’immagine, prefiggendosi una linea dolce, perdendosi nel tempo misero perche’ sempre a mancare. Presentato fuori concorso al 60° Festival di Cannes

Maledetto cinema, cinema da tenere a distanza, cinema nella tormenta. Abel Ferrara, e’ l’anima contemporanea dello sguardo perso nel vuoto, dello sguardo ritrovato per un’istante, per poi ricadere verso il cuore. Gira in un club di Manhattan e il suo respiro lo senti scivolare sui corpi nudi di danzatrici stanche e arrabbiate perche’ il loro capo (Willem Dafoe) non le paghe. Ha il vizio del gioco dell’otto e perde tutti i soldi in scommesse. Con il suo ragioniere non riesce a trovare una via d’uscita e risolvere tutti i problemi con i creditori a dir poco pittoreschi. Ci vorrebbe una grossa vincita per mettere tutto a posto. Ecco quello che si rischia di combinare con il cinema di Ferrara: raccontarlo, quando sarebbe solo possibile descriverlo, come con Linch o come con Herzog. Chiusi nel locale, gli unici svaghi della messa in scena sono solo sprazzi di luce: perche’ vi e’ immagine piuttosto che niente? Ferrara allora filma la lontananza, difendendo la profondita’. Ma e’ profondita’ frammentata, perche’ anche quando prova a seguire il percorso lineare, come in Go Go Tales, cede ai richiami del divenire, dello spazio in movimento impercettibilmente nervoso, che appare prossimo, ma si perde in fondo alle stanze, come gabbie. Senti, senza avvertire, impronte quasi immateriali, senza spessore né pesantezza. Ferrara resta il brut(t)o del cinema e ci scaraventa nella natura malefica dell’immagine, si interpone tra il modello ideale e la sua emanazione visiva. Ancor piu’ che in passato, questa volta il suo cinema “insiste” a resistere più che “consistere” a resistere, pur non parlando mai per il suo tempo e per nient’altro: addosso, sempre più intrisi d’immemorabile timore. Lacrime mal trattenute quando i corpi si dimenano, Ferrara con mille dubbi, unisce il cielo e la terra o meglio solleva la terra al cielo, dopo Mary, grido d’aiuto o soltanto di smarrimento? La meraviglia delle immagini appena svanite viene dall’oscurità minacciosa della vita fuori “night”, con cui s’identifica, proviene dall’ignoranza di ciò che ci raggiunge e c’investe. Cosa angoscia tanto da lasciare inermi? È il divenire, o meglio, l’imprevedibilità del divenire, l’irrompere degli eventi. Il cinema viaggia da un lato all’altro del corpo: si ode un riverbero, poi un’eco e infine quella paradossale ripetizione: ”Vivere un giorno senza cinema, e’ come vivere un giorno senza…”. Dopo Mary, ritorno alla contemplazione disinteressata delle cause e insieme l’espressione del massimo interesse: è cinema che lotta per conoscere la ragione del conoscere, perché libera (per un attimo o per sempre) dal terrore mai finto della vita, dall’inautenticità occupante quasi tutto il nostro tempo, misero perché sempre a mancare.

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Titolo originale: id.

Regia: Abel Ferrara

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Interpreti: Willem Dafoe, Bob Hoskins, Matthew Modine, Asia Argento, Roy Dotrice, Lou Doillon, Riccardo Scamarcio, Stefania Rocca, Bianca Balti, Sylvia Miles, Burt Young, Andy Luotto, Justine Mattera

Distribuzione: Mediafilm

Durata: 100’

Origine: Usa, 2007

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