Going Clear: Scientology e la prigione della fede, di Alex Gibney

Alex Gibney continua l’indagine delle degenerazioni della sfera spirituale (organizzata), esasperando i tratti del suo stile. Un cinema sempre in possesso della Verità, non senza vistose forzature.

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Il cinema di Alex Gibney continua ad essere il documentario dell’accusa, l’immagine della messa a nudo che non fa prigionieri. Dopo Mea Maxima Culpa, il cineasta nuovamente indaga le degenerazioni della sfera spirituale (organizzata), spostandosi nel Nuovo Mondo, quegli Stati Uniti d’America che pongono fino all’esasperazione come prima ed unica fede la libertà assoluta dell’individuo. Un modernissimo paese in grado di generare, e legittimare, mastodontici mostri come Scientology. Per l’ex-setta (ormai religione) fondata da L. Ron Hubbard, Gibney non ha alcuna pietà: ricrea la storia solo per distruggerla passo passo. Le origini da scrittore di fantascienza spicciola di Hubbard, la necessità di essere riconosciuta come religione per evitare le tassazioni del fisco, gli abusi nei confronti dei fedeli trattati come schiavi, la totale assurdità illogica della “scienza della mente”, base teologica-spirituale utile a mascherare fini ben più pratici.

going clear scientology e la prigione della fedeParadossalmente in Going Clear: Scientology e la prigione della fede, a salvarsi è solo la figura di Ron Hubbard, che nel resoconto di Gibney sembra cadere vittima della sua stessa creazione, rimanendo totalmente assorbito nella science-fiction di cui era autore: da uno sguardo disincantato e utilitaristico, a un povero malato in cerca di aiuto. Se c’è veramente un nemico, questo è David Miscavige, successore di Hubbard alla sua morte. Un tiranno, crudele, spietato, violento e paranoico. Un despota in grado di trasformare Scientology in una vera e propria macchina da guerra. A Ron Hubbard mancava forse una tale visione di insieme, tale da poter portare la sua Chiesa ad un livello superiore, un’azienda non così esplicitamente ancorata ai suoi interessi personali. Miscavige, per Gibney, è l’uomo simbolo dell’avidità suprema, della brama di potere supportata da una lucida freddezza: ed ecco che anche Hollywood si inchina a Scientology.

going clear scientology e la prigione della fedeQui il punto cardine dell’operazione di Gibney. Lo si capisce quando in Going Clear  compare la ridicolizzazione della famosa intervista a Tom Cruise. Sì, c’è una guerra in atto. Ma non è tra Xenu e l’umanità (questa la lasciamo ai fedeli), né tra il fisco degli USA e Scientology (anche perché è già finita), ma di uno scontro interno ad Hollywood. L’anestetizzante religione dell’immagine contro la pretesa verità di un cinema di repertorio. Gibney è tirannico a suo modo, forza il racconto e lo confina su dei binari senza via d’uscita. Un regista non nuovo a queste estremizzazioni, ma che in Going Clear compie la sua operazione più sfacciata. Sono gli stessi “pentiti”, gli ex di Scientology, a dare nuova linfa vitale alle immagini di repertorio della Chiesa stessa. Ma questo tentativo di riconfermare il ruolo puramente etico di una determinata esperienza cinematografica cede proprio nei racconti dei protagonisti (tra cui spicca il premio Oscar Paul Haggis), le cui testimonianze non fanno altro che mettere in luce l’aspetto più anacronistico di tutta la vicenda.

Sì perché, tristemente, il segreto ultimo per scoprire la verità è di una banalità disarmante. Going clear non organizza nulla, non svela niente, non propone nessuna tesi, ogni singolo aspetto illegale o amorale di Scientology è ben esposto alla luce del sole. Chi aspettava il film di Gibney per liberarsi da uno stato di ignoranza voluto? Basterebbe informarsi, al di là del cinema.

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Titolo originale: Going Clear: Scientology and the Prison of Belief
Regia: Alex Gibney
Interpreti: Paul Haggis, Lawrence Wright, Marty Rathbun, Mike Rinder, Jason Beghe
Distribuzione: Lucky Red

Durata: 120′
Origine: Usa 2015

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