Gold, di Anthony Hayes

Survival movie che inciampa sui luoghi comuni del genere proponendo una sceneggiatura poco originale. Buona la prova di Zac Efron.

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Prove di sopravvivenza per Zac Efron sul modello del Di Caprio di Revenant. Stavolta lo scenario è il deserto dell’Australia del Sud in un futuro post apocalittico in cui si cerca di fuggire dall’ovest verso terre più ospitali. L’emigrante Zac Efron si fa dare un passaggio in macchina dal furbo Anthony Hayes, per raggiungere uno dei pochi luoghi di benessere rimasti sulla terra: The Compound. Sulla strada si imbattono in una enorme pepita d’oro semi sotterrata dalla sabbia: Zac Efron rimane a fare la guardia, Anthony Hayes va a prendere un escavatore per tirare fuori il blocco prezioso. Riuscirà la febbre dell’oro a creare una improbabile alleanza tra disperati?

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Anthony Hayes dirige avendo nella mente il finale di Rapacità (1924) di Von Stroheim (due uomini nella valle della morte) ma imposta la narrazione con inquadrature che guardano agli scenari apocalittici di Interceptor di George Miller. La filosofia cinica e disillusa è invece importata dalle atmosfere claustrofobiche di Buried di Rodrigo Cortes.

Il film funziona meglio nella prima parte quando abolisce praticamente i dialoghi e lascia parlare la vastità angosciante e disidratata del deserto australiano. L’arrivo di Zac Efron in treno in un avamposto in mezzo al nulla richiama i silenzi carichi di tensione del cinema western. Zac Efron è encomiabile nella sua mimesi di vagabondo zoppo e coperto di stracci: la pelle bruciata dal sole, le cicatrici, lo sguardo spezzato, l’andatura claudicante. La natura è completamente ostile: gli scorpioni, i serpenti, i cani gli si rivoltano contro riconoscendolo come elemento estraneo. Arriva la inevitabile tempesta di sabbia che spazza via la capanna indiana costruita con i rottami di un aereo (forse è il veivolo di Lost?). Se il novello Tom Hanks di Cast Away le prova tutte per restare vivo, non ha fatto però i conti con l’elemento femminile che qui compare come visione allucinata. Susie Porter avanza verso il nostro eroe e lo incalza con una serie di domande che non hanno risposta. Lo accusa alla fine di essere un predatore di terre altrui, un immigrato che deve ritornare al caos che lo ha generato. Qui il film si incarta perché il filo narrativo si disperde nel solito dilemma tra realtà e fantasia e nel discutibile espediente di una figura gemellare che ricorda la Amazzone vendicatrice, con tanto di arco e freccia.

 

Il discorso morale sulla gold rush nel solito futuro distopico è qualcosa che abbiamo già visto e rivisto. Rimane però la prova convincente di Zac Efron che si dissangua per strada e si ritrova suo malgrado con un ramo piantato nel fegato: peccato un errore di montaggio faccia cambiare più volte la posizione alla ferita (destra/sinistra/ancora destra). Fotografato in maniera splendida da Ross Giardina esaltando i colori accesi di terre assolate e desolate, Gold è un survival movie che si muove agilmente tra il paesaggio desertico australiano ma inciampa sui luoghi comuni di una narrazione in cui lo sforzo titanico per la sopravvivenza è inversamente proporzionale alla profondità della sceneggiatura. I titoli di coda scorrono sulle note della pertinente People Ain’t No Good di Nick Cave. Si, povero Zac, All is Lost: niente di nuovo sul fronte occidentale.

 

Titolo originale: id.
Regia: Anthony Hayes
Interpreti: Zac Efron, Anthony Hayes, Susie Porter, Akuol Ngot, Thiik Biar, Andreas Sobik
Distribuzione: Adler Entertainment
Durata: 97′
Origine: Australia, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.6
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Il voto dei lettori
2.5 (4 voti)
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