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Golden Globes 2026. Storie di miti e di figli

Da Hamnet fino Adolescence passando per Una battaglia dopo l’altra, la cerimonia ha tracciato il successo delle epopee americane disperati tra modelli di genitorialità. Oltre i secoli e le immagini

Alla fine, la cerimonia dei Golden Globes 2026 non ha detto bugie. O meglio, i suoi risultati hanno parlato la stessa lingua dei pronostici. Lo scrivevamo un mese fa, all’indomani delle candidature mentre setacciavamo le previsioni (e forse gli auspici) della stampa internazionale. Variety ci aveva visto lungo e Clayton Davis ci tiene a sottolineare le 25 categorie indovinate sulle 28 totali; la musica non cambia sul fronte Deadline, con Pete Hammond che rispolvera il suo pronostico su Hamnet vincitore grazie alla sua “travolgente potenza emotiva”. 

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Ma in mezzo a tanti ve l’avevo detto che spopolano e si diffondono come un formicaio, bisognerebbe provare a chiedersi cosa ci dice l’83ª edizione dei Golden Globes appena conclusa, perché predire è elettrizzante, più difficile è tirare le somme. E a guardare il miglior film drammatico (Hamnet) e il miglior film commedia (Una battaglia dopo l’altra) il primo dei vincitori sembra proprio il mito.

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Chloé Zhao rifà la dietrologia shakespeariana in un dramma familiare incredibilmente carnale nel suo cinema di spazi sterili. Nessun principe di Danimarca nel suo Hamnet tutto cuore e parole, ma solo i battiti dello scrittore William, figlio in fuga dalla legge del padre. Ed è la stessa fuga che dà corpo all’epopea andersoniana di Una battaglia dopo l’altra: altro film su una disperata genitorialità che traduce le pagine di Pynchon in immagini, e nel frattempo va ideando l’uomo della frontiera nel volto di uno sciatto e rivoluzionario Di Caprio. 

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Una satira lenta e feroce dal tappeto sonoro quasi jazzistico che è valsa a Paul Thomas Anderson la Miglior regia, battendo Guillermo Del Toro, Jafar Panahi, Ryan Coogler, Joachim Trier e la stessa Zhao. Poi, a proposito di uomini d’America sembra giunto il tempo dei premi anche per Timothée Chalamet, che alla quinta candidatura ai Golden stavolta ce l’ha fatta a vincere la categoria di Miglior attore protagonista, per il suo ruolo della giovane stella del ping-pong nel Marty Supreme di Josh Safdie. 

E invece la serialità? Sono più le conferme o le sorprese quelle lasciate dai Golden Globes 2026? A conti fatti si direbbe la prima, con HBO Max, Apple Tv e Netflix a dividersi la posta in gioco. The Pitt di R. Scott Gemmill ha vinto il premio per la Miglior serie tv drammatica, The Studio di Seth Rogen la Miglior serie tv musical o commedia mentre Adolescence di Jack Thorne e Stephen Graham si è aggiudicata la Miglior miniserie.

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Se The Pitt è un medical drama di spazi e tempi concentrici (in ogni episodio si racconta un’ora della stessa giornata) in Adolescence la claustrofobia è un animale sociale che invade tutto lo Yorkshire con la sua pulsione di morte. La prima vittima è il maschio, Jamie Miller, che prima di ogni conflitto adolescenziale soffre del fantasma imponente del padre (uno straordinario Stephen Graham che ha vinto meritatamente il premio come Miglior attore in una miniserie).

Da Hamnet fino Adolescence, passando per Una Battaglia dopo l’altra. L’humanitas attraversa il tempo e le sue rappresentazioni: un giovane e dannato poeta seicentesco salvandosi scrive l’opera della sua vita, un malandato rivoluzionario scappa dall’America dei grandi sogni e poi un adolescente che vorrebbe diventare uomo ma è ancora figlio.

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