Good Boy, di Jan Komasa
Sadismo, manipolazione e redenzione: il regista si conferma come una delle voci più lucide, feroci e convincenti del cinema europeo contemporaneo. #RoFF20. Progressive Cinema
A cinque anni di distanza dal glorioso The Hater, Jan Komasa – uno degli autori di cinema più interessanti e anomali degli ultimi anni, tanto guardando allo scenario europeo quanto a quello internazionale – con Good Boy torna ad esplorare le sadiche conseguenze della manipolazione psicologica e del disperato tentativo degli uomini di rifuggire dal dolore e dalla propria identità. Spesso violenta, confusa, frammentata, o peggio, spaventosa.
Identità che è maschera, evidente perfino quando dismessa. Dapprima al singolo individuo, consapevole delle proprie capacità violente – dunque del pericolo imminente rappresentato proprio dalle numerose alterazioni del sé – e poi, soltanto in un secondo momento, alla collettività: numerosa, vitale, eppure inerme. Poiché nulla può fermare il male, soprattutto se inavvertito e confuso tra la folla. Un male che osserva la fragilità altrui, colpendola ripetutamente senza mai provare alcuna pietà.
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Ancora una volta, il protagonista è un giovane delinquente senza arte né parte: Tommy (Anson Boon), diciannovenne inglese che vive quasi esclusivamente di notte, tra sesso, droga e violenza, per poi dormire di giorno, nutrendosi di caos, ribellione fine a sé stessa e di una sadica esibizione virtuale di un mondo giovanile al contrario. Assai distante dalla bontà e molto più vicino al maligno, come se non bastasse, ripetutamente impunito, nonostante l’evidenza di numerosi atti di bullismo gratuito, truffa, derisione e crudeltà di varia natura, agita contro tutto e tutti, senza alcuna distinzione di sorta.
Non c’è una preda, bensì la necessità di uno sfogo; e ancora, la distruzione della fragilità che, laddove rintracciata, viene annientata dal branco e da Tommy. Forse il primo dei vulnerabili, seppur celato. Improvvisamente rapito da una coppia problematica che cerca di “rieducarlo” con metodologia assai disturbata e voyeuristica, Tommy, per farla franca, dovrà calarsi a fondo nelle maschere e nelle menti dei suoi aguzzini. Quando il male incontra il male, la lotta si fa dura. Riuscirà a fuggire?
Mettendo da parte la politica (The Hater la osservava con morbosità, per poi preferire gli scenari algidi e ingenui del potere e dell’alta borghesia polacca), Komasa si concentra questa volta sul dramma familiare, sospeso tra kammerspiel, stoner movie, thriller carcerario e horror psicologico. Good Boy – titolo ormai frequente (sono due i casi recenti: da una parte Viljar Bøe, dall’altra Ben Leonberg) – svela le sue carte fin da subito, senza affatto celare la propria natura di cinema nero, anzi nerissimo, pericolosamente in equilibrio tra grottesco, surreale e tragedia, capace di collocarsi tra il cinema di Michael Haneke e quello di Paul Schrader (Trilogia della redenzione).
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Komasa, affidandosi all’ottimo script di Bartek Bartosik e Naqqash Khalid, dirige il suo film più ambizioso e divertente, seppur cupo e disperato, interamente giocato sui volti ancor più che sulla scrittura. Poiché è lo sguardo, più d’ogni altro elemento, a svelare la crudeltà d’animo o, altrimenti, la bontà di un individuo – come già raccontava il pluripremiato Corpus Christi, ad oggi il miglior film da regista di Jan Komasa. Un’indagine accurata sul significato profondo (ma anche apparente) della fede e, dunque, del male celato. Talvolta in preda al rimorso e alla volontà del perdono, altrimenti della fuga e del camuffamento, come nel caso di The Hater.
Al netto dei riferimenti cinefili – e dello sguardo d’autore che qua e là replica, senza tuttavia perdersi in un immaginario cinematografico e stilistico altrui – Komasa non intende indagare le ragioni effettive della violenza, tornando sulle tracce del celebre Funny Games di Michael Haneke, del quale mantiene la riflessione circa l’intrattenimento violento e l’insaziabile fame del pubblico per il sangue e per tutto ciò che rientra nella categoria del disturbante, bensì indaga il significato profondo di colpa, redenzione e, inevitabilmente, manipolazione.
Il virtuale – Tommy rivive, o meglio rivede, il proprio passato violento e tormentato sullo schermo vintage, eppure vividissimo, di un televisore a tubo catodico – non è più al centro della questione, restando sullo sfondo o comunque ai margini di un racconto che indaga ogni possibile scenario della crudeltà e del sadismo, le cui origini Komasa rintraccia nella famiglia, ancor prima che nella società moderna, sempre più corrotta, intollerante e spietata. A Stephen Graham e Andrea Riseborough affida, per questo, due dei personaggi più angoscianti, moralmente ambigui e interessanti degli ultimi anni di cinema. Quando il reato si fa gioco di manipolazione – e poi molto, molto di più – chi è la vittima e chi il carnefice? E ancora, chi è realmente Tommy, oltre la maschera? È vero: Good Boy pone a ciascuno di noi i medesimi interrogativi, eppure non è detto che le risposte risultino univoche. Anzi…























