"Gosford Park" di Robert Altman

Celebrazione stilistica e allo stesso tempo opera celebrale, Altman tinteggia e rielabora con leggerezza, una profonda crisi collettiva.

“Gosford park”, opera delicata e corposa, si illumina di luce propria in un affascinante e straordinario ritratto di un mondo illuminato dalla sapiente regia di un maestro che osserva e che racconta grande rigore e spigliata ironia. Nella personale rielaborazione compiuta da Altman di uno spaccato della società inglese e di un epoca vengono messi in luce i vizi, i segreti, in un panorama comportamentale dove all’iniziale tranquillità si fa mano mano strada un profondo disagio collettivo che investe un malessere di vita.
Celebrazione stilistica e allo stesso tempo opera celebrale, Altman tinteggia e rielabora con leggerezza una crisi collettiva, compiendo la consueta rielaborazione personale attraverso strumenti già sperimentati: lo zoom, le superfici riflesse, lo spazio periferico. Elegante ritratto citazionale in cui al cinema (Charlie Chan) si affianca la letteratura (Agatha Christie), dove il genere popolare incontra il mondo dell’aristocrazia in un girotondo vorticoso di battute feroci e sottili, tra disprezzo e ingenuità, connivenze e orgogli feriti.
Affiorano le luci (così vellutate e soffocate) e le ombre di un mondo sommerso dal dolore e dal rancore, dall’insofferenza e dall’alienazione. Gli stessi colori (così delicatamente sfumati, quasi irreali), rimandano alla consueta sensazione di spaesamento del cinema altmaniano dove l’apparente calma, l’ordine pre-stabilito finisce puntualmente per essere travolto. I ruoli ben ordinati, ben definti, con il quale Altman apre la sua finestra in questo universo, e con la quale i personaggi si presentano alla tenuta dell’eccentrico Sir William McCordle (Michael Gambon) finiscono per invertirsi nell’ormai consueto approccio altmaniano di decomposizione e destrutturazione. Tutto è il contrario di quello a cui assistiamo. Niente è reale. E’ tutta una rappresentazione.
I mondi socialmente e visivamente separati (come ironicamente evidenziato nei titoli di coda “al piano di sopra” e “al piano di sotto”) non sono altro che il riflesso di una separazione superficiale, mentre risultano ben più complessi, duraturi e drammatici i loro rapporti. E in questa disarticolazione progressiva emergono i personaggi “outsider”, come Mary (Kelly MacDonald), vero anello di congiunzione, testimone oculare e indagatrice, che recupera i pezzi mancanti per ricomporre (e non tanto svelare) un mistero che non ha mai interessato più di tanto..
Opera corale e labirintica che impone una rigorosa attenzione, dove lo sguardo vaga all’interno dell’inquadratura e si diletta a trovare e (ri)scoprire gli elementi ripresi quasi di sfuggita, nel tentativo di ricomporre l’anello mancante, che altro non è che l’ennesimo espediente per sviare l’attenzione dello spettatore, vera vittima e complice del mondo altmaniano. In un'epoca dominata dalle tecnologie ed effetti speciali, il regista di "Kansas City", si “limita” a raccontare una sublime storia coinvolgendoci sempre di più nella sua spirale vertiginosa della condizione umana.
Titolo originale: Gosford Park
Regia: Robert Altman
Soggetto: Robert Altman, Bob Balaban
Sceneggiatura: Julian Fellowes
Fotografia: Andrew Dunn
Montaggio: Tim Squyres
Musica: Patrick Doyle
Scenografia: Sarah Hauldren
Costumi: Jenny Beavan
Interpreti: Michael Gambon (Sir William McCordle), Kristin Scott Thomas (Lady Sylvia McCordle), Camilla Rutheford (Isobel McCordle), Maggie Smith (Costanza, contessa di Trentham), Charles Dance (Raymond, Lord Stockbridge), Geraldine Sommerville (Louisa, Lady Stockbridge), Tom Hollander (Anthony Meredith), Natasha Wigthman (Lady Lavinia Meredith)
Produzione: Robert Altman, Bob Balaban, David Levy
Distribuzione: Medusa
Durata: 137’
Origine: Usa, 2001

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