“Grandi speranze”, di Mike Newell

grandi_speranze
Newell mette in scena ancora l’amore impossibile, in maniera più efficace e coinvolgente rispetto a L'amore ai tempi del colera. Alla prima parte del film, esteticamente impeccabile, ne segue una seconda decisamente concitata e una terza un po’ slabbrata, quasi di corsa, come se gli autori avessero voluto condensare ogni spiegazione

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grandi_speranze Charles Dickens è notoriamente un maestro della comprensione, della consapevolezza e della rappresentazione dei meccanismi del genere umano e dell’agire sociale. Solo la sua ironia è pari a tale profondità di visione. Da questo punto di vista, il classico da cui Grandi speranze è tratto è una sorta di compendio, o forse di enciclopedia: il classismo che attraversa insensibilmente il diciottesimo secolo fino a quello contemporaneo, il cibo come preoccupazione principale, la zia del bambino orfano (il protagonista Pip, interpretato da Jeremy Irvine) che lo spinge contemporaneamente a lavorare e a conoscere gente “di alta estrazione”, il livello di povertà pari solo alla sete di conoscenza, gli stereotipi verbali e cognitivi interiorizzati fin dai primi anni di vita, l’illusione del matrimonio come sintesi di amore, vantaggio sociale e finanziario, le confraternite con la loro insopportabile, stringente, vuota ritualità, la ri-vestizione come momento centrale e simbolico di passaggio, in questo caso da apprendista fabbro di sperduta campagna a galantuomo di città, l’ubriachezza che accompagna concitata l’attraversamento delle esperienze e del cambiamento, il pregiudizio e, in fondo, la riconduzione dell’amore e della vita stessa al denaro e all’appartenenza sociale. E l’ambivalenza. Soprattutto l’ambivalenza, che Grandi speranze fa emergere potentemente attraverso tutti i personaggi, soprattutto femminili: sono le persone più imbrigliate nella tela del ragno (un unico riferimento archetipico che muove l’intero film, con Miss Havisham/Helena Bonham Carter a tessere i fili), quelle a cui è tolta la capacità di muoversi, a rivelarsi le più crudeli, solo in apparenza (come nel caso di Estella, la protagonista femminile interpretata da Holliday Grainger) o in una realtà paradossale. Donne sfregiate nel loro punto più delicato, come la governante che mostra l’interno delle proprie braccia, interamente coperto di cicatrici da coltello.

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Mike Newell (insieme allo sceneggiatore David Nicholls) mette in scena ancora l’amore impossibile, l’amore nella distanza, ma in maniera più efficace e coinvolgente rispetto a L'amore ai tempi del colera. Alla prima parte del film, esteticamente impeccabile (quella che descrive l’infanzia di Pip e l’incontro con il galeotto Jaggers, cui da il volto Ralph Fiennes), ne segue una seconda decisamente concitata (Pip che, dopo aver ricevuto un’inaspettata eredità, si trasferisce a Londra per una nuova vita) e una terza un po’ slabbrata, quasi di corsa, come se gli autori avessero voluto condensare ogni spiegazione. Come nella vita, tutto accade maledettamente in fretta. Non c’è tempo di capire, solo di provare a prendere al volo, nella notte, la nave giusta. Regia e sceneggiatura mettono all’unisono l’accento sul punto giusto, quello capace di saltare la comprensione intellettuale: la straziante, inevitabile incapacità di vivere in un mo(n)do che non ci appartiene.

 

Titolo originale: Great expectations
Regia: Mike Newell
Interpreti: Jeremy Irvine, Helena Bonham Carter, Ralph Fiennes, Holliday Grainger 

Distribuzione: Videa-CDE
Durata: 128'
Origine: UK/USA, 2012

 

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