Grazie a Dio. Incontro con François Ozon

«Grazie a Dio i fatti sono caduti in prescrizione».

La frase pronunciata dal cardinale di Lione, Philippe Barbarin, in occasione della conferenza stampa in cui fu chiamato a rendere conto pubblicamente delle accuse di pedofilia rivolte a Monsignor Preynat, ha fatto il giro del mondo, di giornale in giornale, di televisione in radio, per poi passare al cinema. Grazie a Dio, “sospiro di sollievo” freudiano che non ha bisogno di parafrasi, è il titolo che François Ozon ha scelto per il suo ultimo film, vincitore dell’Orso d’Argento al 69° Festival di Berlino, in cui ha portato sullo schermo il dramma vivissimo della scoperta degli abusi che per oltre trent’anni la diocesi lionese ha tentato di celare. Nel tempo il silenzio è stato rotto grazie al coraggio delle vittime che, una dopo l’altra, hanno avuto la forza di farsi avanti.

In Francia il film è stato un vero successo, con quasi un milione di spettatori, eppure, ci ha confidato Ozon, «a due giorni dalla data prevista per l’uscita, le nostre sorti erano ancora incerte perché la Chiesa ha tentato in tutti i modi d’impedire che Grazie a Dio fosse distribuito, ma ha finito per farci tanta pubblicità e le sale si sono riempite!». Tutti, soprattutto a Lione, conoscono l’affaire Preynat, tanto che il regista ha ammesso di aver a lungo tenuto nascosto titolo e argomento dell’opera in lavorazione proprio per evitare uno scandalo anticipato: «mentre eravamo sul set, raccontavo di star girando un film sull’amicizia tra tre uomini, alla maniera di Claude Sautet. Persino sul ciak ho scritto un nome inventato!».

L’intento del regista, d’altronde, non è mai stato quello di parlare di cattolicesimo – «Ho perduto la fede in adolescenza» ha dichiarato -, né di pedofilia, quanto piuttosto il mostrare in scena la fragilità maschile: «ho fatto spesso film con protagoniste donne, donne forti. Qui volevo ribaltare l’assioma cinematografico che lega gli uomini all’azione e le donne alle emozioni, così, facendo ricerche, mi sono imbattuto nel sito creato dalle vittime “La Parole Libérée”, ho letto le loro storie, gli scambi di lettere, ed è cominciato tutto». Dopo aver raccolto materiale, interviste, aver filmato le vittime e le loro famiglie nel quotidiano per andare a fondo nella storia, la prima idea era di farne un documentario, ma poi la scelta è ricaduta naturalmente su un film di finzione: «ho capito che gli stessi protagonisti della vicenda si aspettavano da me un film con attori famosi che seguisse la strada de Il caso Spotlight perché a suo modo era riuscito a smuovere la situazione nella diocesi di Boston, ma se quello è un film che ha al centro l’inchiesta e i giornalisti, il mio è incentrato sulle vittime e sulle loro emozioni».

Non sono mancate certo le difficoltà nel passaggio dalla realtà alla fiction perché i fatti sono ancora ben scolpiti nell’immaginario popolare e lo stesso trauma non ha avuto il tempo per sedimentarsi nei suoi protagonisti, né le colpe hanno avuto modo d’esser espiate: «è stato un lavoro di grande responsabilità, perché volevo rispettare il loro dolore e la loro forza, non volevo tradirli. Ho una grande ammirazione per gli uomini e le donne che osano parlare, anche dopo venti o trent’anni. Non importa che il crimine sia caduto in prescrizione, né esiste perdono, perché forse per la Chiesa forse il gesto di perdonare ha valore assolutivo, ma questo non cancella il male fatto».

La posizione di Ozon è di certo netta ma lascia aperto lo spiraglio a una speranza di rinnovamento: «il vero problema è che per molto tempo la Chiesa ha considerato la pedofilia un peccato al pari dell’omosessualità o dell’aborto. Oggi, almeno in Francia, le cose stanno cambiando…».

Il film sarà nelle sale italiane dal 17 ottobre distribuito da Academy Two.

 

 

 

 

 

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