Grosse Freiheit, di Sebastian Meise

Un kammerspiel quasi tutto dentro un carcere nel corso del tempo che mostra con impeto la ricerca della libertà. A tratti asfissiante, ma poi dà tutto. Concorso

Dall’oscurità dell’isolamento, Hans Hoffmann rimette a fuoco tracce della sua storia personale, tra passato e futuro. Si trova sempre in un penitenziario. I suoi occhi nel buio sono la cinepresa sulla sua storia scandita attraverso tre anni ben precisi: 1945, 1957 e 1969. Hans è condannato a causa della sua omosessualità. Un articolo del codice penale tedesco, il paragrafo 175 che è stato in vigore dal 1871 al 1994, considerava infatti i rapporti sessuali tra uomini come un crimine. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è arrivato direttamente in carcere dal campo di concentramento. Lì conosce il suo compagno di cella Viktor, condannato per omicidio, un omofobo che inizialmente lo respinge. Nel corso degli anni e nei ripetuti incontri tra i due dietro le sbarre, il loro rapporto cambia.

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Grosse Freiheit è un kammespiel intervallato nel corso degli anni. Tranne le immagini in pellicola del bagno pubblico catturate dalla cinepresa della polizia e il finale, il film si svolge completamente dentro i penitenziari. Anche lì dentro però ci sono i tentativi di fuga. Sia fisica sia mentale. Hans e i ragazzi da cui è attratto fanno finta di essere puniti per potersi nuovamente incontrare in altri spazi, comunicano attraverso un codice speciale dentro la Bibbia. Poi ci sono i viaggi immaginari come la Germania dell’Est o lo sbarco sulla luna. Nel momento in cui potrebbero iniziare ad essere concreti, come la copertina di Der Spiegel che annuncia che la pena sugli sessuali tra omosessuali è stata abolita, Hans si rende conto che il mondo lì fuori è meno luccicante di quello che appare.

Grosse Freiheit mostra con impeto la ricerca della libertà dentro un sistema oppressivo che glielo nega. Lo fa con un cinema fisicamente teatrale, un tour de force a cui sono sottoposti i protagonisti, dall’ottimo Franz Rogowski che per mostrare la mutazione fisica del suo personaggio è arrivato a perdere 12 Kg fino a George Freidrich, uno dei più importanti attori austriaci, nei panni di Viktor. Mentre gli sguardi di seduzioni sono più costruiti ed evidenziati, è invece proprio la predestinazione, il rito tra la cella e il cortile, le sigarette accese che sono una delle principali fonti di luce, a segnare efficacemente le tappe di un’esistenza dove i protagonisti sono intrinsecamente legati ai luoghi.

Il cineasta austriaco, a dieci anni dal suo primo lungometraggio Stillleben (Still Life) in cui aveva affrontato il tema della pedofilia in una famiglia borghese, affronta il tema di petto e trova il giusto mix tra la ricerca documentaria che ha preceduto le riprese e la necessità di mostrare attraverso questa vicenda anche uno dei buchi neri nella Germania post-bellica. A tratti asfissiante, ma nella sua complessità apre più porte d’accesso verso un cinema che prima richiede attenzione e poi riesce a dare tutto quello che ha.

Premio della giuria Un certain regard al 74° Festival di Cannes

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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