Guarda in alto, di Fulvio Risuleo

Mentre giocano con la mano mummificata di una reliquia (trovata nella pancia di un gabbiano robotico abbattuto da una gang di ragazzini con maschere di cartone sul volto), seduti al tavolino di uno strano club-catacomba frequentato da suore lascive e scommettitori nudisti alle gare di lumache, con l’esibizione degli Abysso (capitanati dalla vecchia conoscenza Bebawinigi) che riempie l’aria di note distorte nella sala affianco, la coppia di protagonisti Teco e Stella inizia a parlare in un idioma inventato, un linguaggio fatto di suoni e parole nuove, comprensibile solo a loro due. Tra l’altro, proprio come facevano i due personaggi de I racconti dell’orso, “doppiati” dal grammelot della stessa Beba: ecco, ad avvicinare l’esordio di Fulvio Risuleo a quello di Sestieri e Amato è innanzitutto la volontà esplicita di costruire una lingua inedita per il cinema italiano, il tentativo di fare parlare queste immagini per segni inusuali, soluzioni lontane dalla maniera abituale con cui le nostre storie comunicano con lo spettatore.
Non è un caso allora che a dare un contributo definitivo alla scelta dei tetti sui quali ambientare le avventure sospese di Giacomo Ferrara, uno Spadino che si libra al di sopra della rappresentazione canonica-istituzionale delle strade e della gente di Roma per contribuire a questa reinvenzione dello skyline capitolino, ci sia stato proprio Bartolomeo Pampaloni (segnalato appunto come “esploratore dei tetti” nei credits). Il suo miracoloso Roma Termini era già un primo tentativo di destrutturazione dell’immaginario dell’urgenza sociale perpetua, smontato e rimontato come il giochetto (cruciale) che il film faceva con gli annunci di ritardi, arrivi, partenze ecc degli altoparlanti della stazione, continuamente sabotati e nascosti nella colonna audio.

E’ chiara dunque in qualche modo la necessità – in questo caso timidamente – politica del gesto di giovani autori come Risuleo, Pampaloni, Sestieri/Amato, quella di svuotare di senso dall’interno la pratica ministeriale della via all’autorialità sovvenzionata per il “giovane cinema italiano” (ovviamente siamo lontani dall’anarchia incendiaria dei nostri bracci armati di sfondamento come Carlo Schirinzi, di cui però Guarda in alto fa tornare alla mente alcuni primi corti grottesco-nonsense). Ma è interessante, nel film di Risuleo, l’indicazione che l’esperanto dei due fugaci possibili amanti appaia dopo una prima serie di peregrinazioni, fughe, incontri bislacchi, cunicoli labirintici, affrontati cercando di capirsi, lui italiano lei francese, in un inglese smozzicato: come a dire che questa Pentecoste non è istantanea ma deve essere guadagnata, o meglio ancora va conquistata attraverso l’esercizio costante dello smarrirsi, del perdersi per l’appunto guardando in alto.
E’ vero, l’intento è perseguito attraverso una serie di invenzioni piccole, a portata di mano, che non sempre reggono il ritmo dell’immersione onirica e dell’innesto delle guest star in costumi quasi gilliamiani (Lou Castel e Ivan Franek comunque impagabili), e forse il respiro è fin troppo ondivago tra un “quadro” e l’altro. Ma il film di Risuleo, più che dai corti cannensi Lievito Madre e Varicella, sembra recuperare dal suo primo cadavre exquis interattivo di sabotaggio del reale, la Parigi punta-e-clicca di Reportage Bizarre, la volontà di disegnare una visionarietà accessibile, tascabile, capace di aprire nuovi livelli al quotidiano mediante un semplice slittamento percettivo, dello sguardo.

 

Regia: Fulvio Risuleo

Interpreti: Giacomo Ferrara, Aurélia Poirier, Ivan Franek, Lou Castel, Claudio Spadaro

Distribuzione: Revok

Durata: 90′

Origine: Italia 2017