GUARDA IN ALTO. Sentieri Selvaggi intervista Fulvio Risuleo

a cura di Francesco Grossi, Sergio Sozzo, Aldo Spiniello

Il 18 ottobre arriva nelle sale italiane Guarda in alto, storia di Teco (Giacomo Ferrara) che durante una pausa sigaretta si ritroverà coinvolto in eventi che lo porteranno a incontrare assurdi personaggi sui tetti della città di Roma. Il regista Fulvio Risuleo, che si è già fatto notare a Cannes con i cortometraggi Lievito madre e Varicella, è al suo esordio nel lungometraggio. Lo abbiamo incontrato.

Ci sembra che esordire in questa maniera sia innanzitutto un messaggio verso un certo modo di intendere l’opera prima nel cinema italiano. Da questo punto di vista, il fatto che i personaggi parlino in una lingua tutta loro ci sembra che chiarifichi quest’idea di parlare in una lingua diversa in confronto a una certa Roma, una certa storia, un certo modo di pensare il giovane cinema italiano.

Diciamo che ho sempre riflettuto su quale fosse il modo migliore per iniziare nel cinema, con che film iniziare. Magari c’è chi sceglie di fare un film su commissione e di fare una carriera più passo dopo passo. In questo caso la mia idea era: facciamo un film più personale possibile trovando un modo per farlo, trovando i produttori giusti e i collaboratori giusti per cercare di dire la mia. Poi potrebbe anche essere l’ultima, intanto io ho detto tutto quello che avevo da dire fino ad adesso. Da adesso in poi posso dire qualcos’altro. Quindi un film su un esploratore che cerca qualcosa che non sa neanche lui cosa, in luoghi sconosciuti, è un po’ il lavoro fatto da me, che sto facendo io. A me piace l’idea di esplorare, che è più bella come parola di sperimentare. Esplorare è andare in luoghi che non si conoscono, che poi uno può trovare qualcosa di positivo, di negativo, di strano, di inaspettato, tutto può succedere perché comunque è inesplorato. A me rimane sempre la grande metafora di Age of Empire, quando il personaggio che manovriamo finisce nello spazio nero ai confini del livello del videogioco. Quando qualcosa non si conosce è inesplorato, quando tu vai in questo posto si esplora, la mappa si amplifica. Il film ha molto del videogioco, non essendo io un appassionato di videogiochi, però ci sono degli schemi che sono molto ispiranti che possono far scrivere una storia più originale perché magari non sono schemi della narrativa classica.

Ecco, c’è anche questo fatto, ora sabotaggio magari è una parola forte, però l’idea di smontare alcune aspettative e anche alcuni cliché. E questo è il lavoro su Roma: pensare, ripensare Roma è difficile, Roma veramente continua a essere il perno di un immaginario che diventa sempre più canonizzato. Qua invece vediamo una Roma completamente inaspettata, anche qua ci sembra sia una indicazione più ampia in confronto al ragionamento di come, in che maniera fare il film.

Sì la città è la protagonista di questo film, i tetti, la città sono un luogo che io ho potuto creare perché appunto non esiste un immaginario di tetti nel cinema. Ci sono qua e là nel cinema italiano, soprattutto nel neorealismo, scene di tetti e spesso sono scene dove i personaggi vanno a nascondersi, vanno in posti dove non possono essere visti e questa è anche un po’ la chiave. Tutti i personaggi che fanno parte di questo film si nascondono, sono in fuga o sono comunque lontani dalla folla. E quindi per me questa è Roma sì ma è una Roma parallela, una Roma immaginaria che voleva essere un po’ una Babele, dovesse ricordare una città dove si parlano tutte le lingue, anche le lingue inventate che potesse ospitare tutti. Una Roma per adesso inesistente, però è un auspicio che sia nell’arte sia nella società Roma possa diventare una città di tutti, multiculturale e complessa.

È vero che c’è una Roma immaginaria però tra gli esploratori dei tetti nei titoli di coda leggiamo il nome di Bartolomeo Pampaloni, che ovviamente noi conosciamo come regista di Roma Termini. Nel cinema romano è difficile trovare questa prospettiva, il cambiare di segno la realtà, immaginare di intervenire nello spazio materiale attraverso la propria fantasia. Come lavorare su questo? Come lo avete fatto?

Bartolomeo Pampaloni sono contento che lo citiate perché è stato uno dei momenti più belli del film. Praticamente dovevo trovare i tetti della città per le location, però non potevo chiedere ai location manager. I location manager lavorano su dei database e hanno dei luoghi più o meno che sono sempre gli stessi. Invece a me servivano dei luoghi mai visti, anzi se erano stati in qualche altro film non dovevano stare in questo. E quindi ho chiamato da Parigi Bartolomeo che è un amico e regista, e diciamo che Roma Termini era un film dove lui era stato in un posto che tutti conoscono ma l’ha filmato in una maniera così intima e così coraggiosa che io ho sempre stimato, quindi ho detto “vieni qua a Roma” e lui con un motorino per due settimane ha esplorato da un tetto all’altro e mi faceva le foto e i video e io sceglievo i tetti. Quindi io andavo su Google Maps, gli dicevo “vai qui”, lui andava, filmava, scavalcava, faceva cose che io non mi sarei mai sentito di fare, un esploratore neanche. Il vero protagonista, come il protagonista Teco, lui ha esplorato tutti i tetti e abbiamo selezionato una ventina di tetti su quasi 150 visti in due settimane. Quindi mi è piaciuto molto lavorare con un documentarista, con un regista a tutto tondo che ha esplorato e ha fatto un lavoro di ricerca molto interessante. Prima ancora di iniziare già avevamo trovato qualcosa di cui ero felice.

Secondo te questo film come si inserisce nel panorama, che spazio può trovare all’interno del cinema italiano?

Secondo me questo film può interessare al pubblico che non è per forza cinefilo o che lavora nel cinema, almeno questo è il pubblico che io ho sempre immaginato di avvicinare e purtroppo penso che sia il pubblico più difficile da raggiungere. Questo film è per lo stesso pubblico che va a vedere i film Marvel, che ha l’età in cui io mi sono appassionato al cinema. Quindi mi sembra una equazione logica: io ho fatto un film per quei giovani e invece no, quel pubblico va a vedere solo i film Marvel. Per me questo film potrebbe trovare un’accoglienza soprattutto da quel pubblico lì, però il problema è arrivarci. Gli intenti sono quelli di spingere le persone a immaginare, a trovare una via di fuga, a pensare che il mondo può anche non essere solo noia e scocciatura ma può essere anche inseguimenti tra suore, gabbiani robot, razzi spaziali, nani bugiardi, tutto quello che può stimolare la fantasia e l’immaginazione io ho voluto metterlo in questo film e spero che possa arrivare al pubblico “normale”, il pubblico che vive le città e che ogni giorno prende la metro e va a lavoro.

In questo ritorna l’idea-chiave della tua produzione, ovvero che il fantastico, l’inusuale, quello che ci stai raccontando, in realtà, al di là della Marvel, non abbia bisogno di questo grande apporto visivo, basta modificare anche impercettibilmente la traiettoria dello sguardo. Il tuo reportage bizarre è un po’ una prova generale di Guarda in alto.  Questa è un’altra indicazione forte anche perché vuole provare a re-immergersi nelle storie come si fa a quell’età lì di cui parli. Basta modificare un attimo lo sguardo e non c’è bisogno di questo grande apparato effettistico per trovare l’inusuale.

Assolutamente. Le idee sono la cosa più importante. Spesso l’apparato intorno, gli effetti visivi, le decorazioni sono in realtà per una carenza di idee. Invece un cinema più semplice può guardare alla realtà in maniera diversa per non parlare sempre in maniera sociale. Spesso si parla del cinema del reale in maniera sociale, è tutto ciò da cui io fuggo, poi ci sono registi che riescono anche a renderlo interessante, sono dei grandi artisti infatti. Però un cinema che guarda la realtà cruda e sporca però con un occhio più sognatore, più nonsense, è un cinema di cui a me piacerebbe far parte e che magari in Italia si è frequentato poco. Magari è un po’ più ostico perché quando la prima domanda che la gente ti fa è “che significa e su questo film?”, è la domanda a cui io ho più fatica a rispondere. Io posso dare delle risposte ma saranno sempre parziali e saranno sempre riduttive. Per me la cosa più importante è che possa evocare delle immagini che rimangano nella testa degli spettatori e ognuno ci trovi la sua motivazione e il suo senso.