Guardiani della Galassia, di James Gunn

Fernando Pessoa – o uno dei suoi eteronimi, che poi sono la stessa cosa – diceva che “uno dei pochi divertimenti intellettuali che ancora restano in quel che resta di intellettuale nell’umanità è la lettura di romanzi polizieschi”. Ottanta e un anno dopo la sua morte, osiamo proferire che a delitti e mascheramenti si è sostituito il racconto cospirazionista, la teoria del complotto: sulle bancherelle vomitanti copertine gialle di whodunit e howdunit il mucchio di volumi spiegazzati eppure mai letti fino in fondo è adesso quello tirato su con templari americani, fasce di Orione e imperatori alieni. C’è però qualcosa di profondamente umano e disperato in questi autori-archeologi della contea che sovrappongono la pianta della loro chiesa locale con una qualunque piramide egiziana – o messicana o sumera, fate voi – fino a che, dopo centinaia di permutazioni con compasso e squadra non viene fuori uno schema, uno qualunque. C’è, davvero, del divertimento, della gioia, della speranza in tutto ciò. Ed è con questi sentimenti verso l’umanità che aspettiamo un qualcuno che manovrando abilmente un sestante tracci le coordinate del prossimo grande complotto, cioè la conquista dell’immaginario collettivo contemporaneo da parte della Walt Disney Company.

 

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Già, quella Walt Disney che officia il rito capitalistico occidentale e non dell’educazione sentimentale cartoonesca dei bambini unendo il proprio passato al presente e al futuro Pixar; che si è retroattivamente impossessata di un pezzo cardine della storia del cinema e di un’intera generazione con l’acquisto della LucasFilm; che con la scalata alla Marvel ha saldato il proprio legame con gli adolescenti degli anni zero del secolo. Sovrapponendo questi strati viene fuori uno schema che è temporale e spaziale assieme, dove nel primo piano abbiamo il sofisticato e globale tentativo di seguire uno spettatore dall’infanzia all’adolescenza – i profili economici più importanti per gli studios hollywoodiani –, mentre nell’altro c’è il controllo su numerosi e variegati brand ad altro profilo di riconoscibilità e commercializzazione. Un largo tratto di immaginario collettivo, che va dagli anni ’80 al 2019, dai cartoon alla fantascienza, dai capitoli I ai capitoli VII, è adesso sotto il controllo creativo, produttivo e distributivo di un’unica multinazionale come la Walt Disney Company, di cui i Marvel Studios rappresentano l’avanguardia più spettacolare e remunerativa. Perché è storicamente evidente come i dieci film sfornati dai prima indipendenti Marvel Studios siano una netta cesura negli equilibri, nelle dinamiche e nei risultati delle compagnie hollywoodiane: piani pluriennali, universi narrativi condivisi, contratti attoriali multi-film, sono le acutissime e innovative modalità importate dai fumetti che in questi anni hanno generato incassi complessivi per sette miliardi di dollari, con una sofisticazione di questi titoli che è cercata e riproposta ad ogni nuova uscita, come dimostra i Guardiani della Galassia. Penultimo capitolo della “Fase Due” del Marvel Cinematic Universe – a cui seguirà il prossimo anno Avengers: Age of Ultron di Joss Whedon –, il film prodotto sotto l’egida inattaccabile del presidente Kevin Feige è un passo in avanti verso la diversificazione e la stratificazione esponenziale dei blockbuster Marvel. E questo a partire dalla scelta del timoniere – più o meno consapevole – di questa enorme operazione produttiva e commerciale che ha già portato a casa quasi 750 milioni di dollari di soli incassi cinematografici: James Gunn.

 

Risalendo a ondate la vita cinematografica del nostro troviamo supereroi indipendenti e deviati (Super), disgustose invasioni aliene nella provincia notturna (Slither), riletture contemporanee di zombi un tempo deambulanti (L’alba dei morti viventi), animali parlanti sovrannaturali (Scooby-Doo), storie punk ed elisabettiane (Tromeo & Juliet). Il Gunn sceneggiatore e regista passa dalla sgangherata e fumettistica Troma alla luccicante e fumettistica Marvel in nemmeno venti anni, ed è forse questo il senso di tutta l’operazione Guardiani della Galassia, creare cioè un cono d’ombra sostanzialmente altro alla narrazione seriale supereroistica messa in piedi dall’oramai lontano 2008 del primo Iron Man. Nessuna politique des auteurs ha preso il potere a L.A., in quanto si tratta di un preciso piano volto a diversificare e quindi rendere maggiormente riconoscibile un prodotto rispetto ad un altro nell’omologante listino dei blockbuster, partendo proprio dalla scelta del regista, come fatto qui con Gunn e come succederà con Scott Derrickson per il suo futuro Doctor Strange – o come doveva essere con Edgar Wright su Ant-Man e Drew Goddard per la serie tv di Daredevil in onda su Netflix. E Guardiani della Galassia lo è – diverso – rispetto agli altri Marvel movies. Sulla fondante scia tracciata dagli Avengers, il film di Gunn presenta la problematica formazione di un gruppo di uomini e donne votati all’incredibile. Ma se nel caso dello squadrone di Whedon si trattava di tenere assieme nello stesso spazio di azione e pensiero esseri straordinari come Capitan America e Thor – tanto che lo stesso assunto cinematografico si basava su questo, avere nella stessa immagine un grande numero di icone –, qui abbiamo forse per la prima volta gli eroi sfigati e a volte perdenti che hanno reso grande la Marvel. Peter Quill, Gamora, Rocket Raccoon, Drax e Groot sono davvero una banda di schizzati senza alcuna direzione davanti a loro, pronti a scoppiare da un momento all’altro non per lo scontro dell’ordine di varie grandezze degli Avengers ma per la loro incapacità, debolezza, impreparazione.

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Gunn e la sua crew questo lo sanno perfettamente, e li immergono in un mondo finzionale fantascientifico dei più belli e immaginifici degli ultimi anni, dove far risuonare di paura e stupore agorafobico ogni loro scelta, ogni loro conflitto. Con un sense of wonder che si respira ad ogni nuova sequenza immerso però in un realismo sporco e quotidiano, sembra di assistere ad una rievocazione moderna e affettuosa dei pianeti, degli interni, delle creature della prima trilogia di Guerre Stellari – e non è un caso che sempre la Disney stia producendo il nuovo capitolo a firma J.J. Abrams. Anche qui c’è un netto scarto rispetto alle precedenti produzioni Marvel, che erano ancorate ad una rappresentazione plastica e auto-referenziale del superhero movie e che pian piano stanno ibridando le loro strutture narrative ed estetiche con altri generi quali la spy-story (Iron Man 3 e Captain America: The Winter Soldier) e il dark-fantasy (Thor: The Dark World). Gunn però fa un salto ulteriore e affonda le radici del film direttamente nell’immaginario collettivo pop – di cui la Marvel è un tassello importante –, rendendo l’universo dei Guardiani della Galassia un grande, unico, principio antropico, con corteggiamenti davanti a milioni di stelle chiamando a sé Kevin Bacon e battute sulla sporcizia di un’astronave citando Jackson Pollock. Tra teste di esseri celestiali alla deriva nello spazio e olocausti planetari, Peter Quill e i suoi ricordi terrestri rappresentano il legame rassicurante degli spettatori con la vicenda sullo schermo, legame che non può non essere nostalgico, malinconico, e quindi profondamente umano.

 

 

Titolo originale: Guardians of the Galaxy

Regia di: James Gunn

Interpreti: Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Bautista, Vin Diesel, Bradley Cooper, Lee Pace, Michael Rooker, Karen Gillan, John C. Reilly, Glenn Close, Benicio Del Tor, Djimon Hounsou

Origine: USA, 2014

Distribuzione: Walt Disney Pictures

Durata: 121'