Guzen to sozo – Wheel of Fortune and Fantasy, di Ryusuke Hamaguchi

Guzen to sozo di Ryusuke Hamaguchi vince l’Orso d’argento alla 71a Berlinale. Un film ad episodi intimo e minimale che aggiorna la classicità del cinema giapponese muovendosi tra Ozu e Rohmer

Prima Berlinale per Hamaguchi e primo premio. Il suo Guzen to sozo ha vinto l’Orso d’argento. Un premio che conferma il talento di un autore con uno sguardo riconoscibilissimo nel panorama contemporaneo, capace di aggiornare la classicità del cinema giapponese. Sembra di guardare Ozu per la semplicità dei dialoghi e la pulizia della messa in scena. Fin da subito si entra in quella intimità falsata tipica del cinema del regista di Viaggio a Tokyo, come se tra lo spettatore e il personaggio ci fosse una sorta di intimità, ma ancora delimitata da una barriera impossibile da valicare, quel grado di intimità che si può costruire tra vicini di casa. Un rapporto costruito sulla riservatezza e la volontà di mascherare il dolore che è tipico della cultura giapponese, che riesce a liberarsi solo tramite l’arte.

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Bastano i primi 20 minuti del primo episodio (Guzen to sozo è diviso in tre parti) per comprendere i percorsi che vuole intraprendere Hamaguchi. Nel primo frammento seguiamo due donne in macchina che si confidano tra di loro. Una parla della storia d’amore che sta vivendo con un uomo misterioso. L’altra, Meiko, ascolta curiosa e con gli occhi languidi; come se non avesse mai avuto la fortuna di vivere un’amore così magico. È qui, tramite quella distanza e quel rapporto di intimità falsata di cui parlavamo prima, che si avverte che qualcosa non va. Si capisce solo tramite lo sguardo e le parole di Meiko che dietro si nasconde altro. I suoi occhi fanno da filtro per un mondo dove l’amore nasce e muore come per magia. Non si vedono i passaggi intermedi, il trucco rimane fuori campo. Avvertiamo solo tramite uno sguardo che c’è qualcosa che lega Meiko alla storia d’amore della donna.
Negli altri due episodi c’è sempre questo fil rouge dove il tempo riporta a galla le colpe e rompe la riservatezza. Nel secondo episodio ad esempio abbiamo un professore di letteratura francese, fresco vincitore di un premio letterario, a cui un ex studente organizza una “honeytrap” con l’aiuto della propria amante. L’abitudine del professore di tenere sempre aperta la porta del suo studio racconta di un limite invalicabile tra artista e spettatore. Tutto passa, tutto resta visibile, ma c’è sempre una certa distanza da dover mantenere. È il limite tra pubblico e privato. Ed è quella stessa porta che non permette al professore di entrare in confidenza con la donna. È quell’incontro pieno di limitazioni che nonostante tutto crea una connessione mentale e che cambierà per sempre alla donna modo di vedere le cose.

Il terzo episodio è quello che aggiorna totalmente la classicità di Hamaguchi, dove il regista costruisce il suo racconto tramite un lucidissimo ragionamento sulla cultura ipertecnologica della modernità. Nel terzo episodio il regista si chiede cosa succederebbe in una ipotetica società del futuro dove un virus di nome Xenon ha fatto andare il mondo offline; facendo ritornare la società, che nella contemporaneità ha sempre dialogato tramite ricordi filtrati dalla memoria tecnologica, a dover comunicare tramite una modalità più diretta. Si riesce ad esser connessi interamente nonostante l’assenza di campi e connessione? Cosa vuol dire essere connessi? Come ricordiamo nell’era dell’internet? È qui che si dipana un racconto dove Natsuko ritorna nella città della propria infanzia per un incontro con i suoi vecchi compagni di liceo. Qui pensa di aver incontrato una donna che è sempre appartenuta al suo passato. Nell’era della continua informazione, dove ad ogni volto è associato un tag, Natsuko si può muovere solo attraverso il proprio ricordo falsato. È un mondo che non ha più punti di riferimento e dove se da una parte i protagonisti vengono disorientati vengono anche legittimati a vivere i propri incontri casuali senza dover rispettare le convenzioni sociali; liberi di fluire il proprio processo di conoscenza senza dover per forza associare nomi ai volti che si vedono fuori dalla metropolitana. C’è la possibilità di rivivere le proprie storie e porre rimedio alle occasioni mancate, c’è la possibilità di rinascere ogni giorno e ritornare nuovamente alla vita.

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Nel film di Hamaguchi c’è un Paese rigido che soffoca la spontaneità e che viene liberato tramite un’estetica controllata e minimale. Una semplicità di linguaggio rohmeriana attenta alle storie del quotidiano e una modalità di racconto che sfrutta la grande capacità di costruire storie tramite dialoghi brillanti. Un cinema totalmente delegittimato dal bisogno di dover per forza di cose spiegare i sentimenti umani. Un’estetica che si fa forte della scrittura e delle interpretazioni. Una regia che utilizza il fuoricampo e che allo stesso tempo non ha paura di svelare la presenza della macchina tramite zoom improvvisi. Il mezzo serve per mettere in scena racconti morali e avere finalmente una seconda possibilità per tutte le occasioni mancate nel reale.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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