"Hair", di Milos Forman



Per Sansone i capelli erano sorgente di forza, per Medusa serpenti coi quali terrorizzare prima di pietrificare i nemici… per Berger, leader hippy di Hair il simbolo della propria protesta e del proprio rifiuto alla violenta società che l'ha generato. Il celebre ed eccessivamente celebrato musical di Forman torna in sala acciaccato dal tempo. Cinematograficamente la pellicola, segnata anche da graffi e spuntinature che l'Istituto Luce in preda ad una "smania purista" o a un portafoglio ermeticamente chiuso si è guardato bene dal restaurare sottraendo senso all'uscita in sala per il venticinquennale, è invecchiata. Anzi era già anacronistica nel 1979, grazie ai dieci anni necessari a che prendesse vita e sostanza il progetto di Forman di una trasposizione filmica del "tribal love rock musical" che spopolò e scandalizzò gli Usa, irragiandosi dai palcoscenici di Broadway. Ma nel nocciolo dei temi politici e sociali in campo è attualizzabile facilmente perché l'Uomo è sempre quel ferino, irrazionale essere eretto che continua a mettersi da solo i bastoni tra le ruote invece di armonizzarsi per sopravvivere, se non proprio vivere, in questo mondo. L'attualità automatica di questo provocatorio inno pacifista che non possiede la pungente eleganza del miglior cinema partorito dal director d'origini cecoslovacche nasce, così, dalla costante, storica incapacità dell'uomo di evolversi socialmente nonostante i progressi tecnologici e scientifici compiuti. Se si ha cura di estrarre solo e semplicemente il siero musicale, visto che quello coreografico è piuttosto deludente (a parte curiose "zampate" formaniane come il balletto dei cavalli-poliziotto, la danza di Berger sull'imbandito tavolo della upper-class ma anche la scena degli altoparlanti che crepitano note rock interrompendo con altmaniano sapore alla M.A.S.H. il generale interpretato dal grande Nicholas Ray), piccoli classici come la rutilante ma piuttosto pachidermica "Acquarius" in apertura o la preferibile leggerezza melodica di "Let the sunshine in" in chiusura, con in mezzo altri ottimi brani quali "Good morning starshine" e la stessa "Hair", soddisfano l'orecchio serviti da una regia di cui si avvertono le potenzialità troppo spesso inespresse. Se, infatti, Forman aveva realizzato prima di Hair uno dei suoi film migliori in assoluto nonostante e grazie alla furbizia programmatica che l'innerva (Qualcuno volò sul nido del cuculo) raggiunse, diciamo così, la "maturità sonora" del suo magistero registico con il crescendo in sequenza di Ragtime e Amadeus che gli permisero di esprimersi agli alti livelli artistici che gli sono propri non nel musical ma nel film musicale. Cosa vuol dire talvolta una "e" in più…


Titolo originale: id.


Regia: Milos Forman


Soggetto e Sceneggiatura: Gerome Ragni, James Rado


Fotografia: Miroslav Ondrícek


Montaggio: Alan Heim, Stanley Warnow


Musiche: Galt MacDermot


Scenografia: Stuart Wurtzel


Costumi: Ann Roth


Coreografie: Twyla Tharp


Interpreti: John Savage (Claude Bukowski), Treat Williams (Berger), Beverly D'Angelo (Sheila), Annie Golden (Jeannie), Dorsey Wright (Hud), Don Dacus (Woof), Richard Bright (Fenton), Nicholas Ray (il generale)


Produzione: Michael Butler, Robert Grenhut, Lester Persky


Distribuzione: Istituto Luce


Durata: 121'


Origine: Usa, 1979