"Halloween II", di Rob Zombie

halloween IICon “il coraggio della paura” si potrebbe etichettare il cinema di Rob Zombie. Amato e a volte acclamato regista di ultima generazione horror, al suo quarto lungometraggio (dopo La casa del diavolo, La casa dei mille corpi, Halloween – The beginning, remake del film di Carpenter di 31 anni fa), cresciuto come musicista negli anni '90, con la band heavy metal "White Zombie". E' il ritorno di Michael Myers, che tutti credevano morto, pur non avendo mai ritrovato il suo corpo. Ma soprattutto il sicuro sequel del sequel, perchè non si finisce mai di seminare terrore e perchè c'è sempre una sorta di cordone ombelicale tra il passato rimosso e il presente devastato. È quello che succede alla sorella di Michael, ignara dei suoi trascorsi e soprattutto del piano malefico del fratello, intento a voler riportare la sorella a ricongiungersi con la madre morta anni prima. Quella madre ricompare continuamente, come visione schizofrenica, avvolta in un velo bianco, con un cavallo bianco, a simboleggiare gli istinti primordiali. Perchè coraggio della paura? Perchè il cinema di Zombie è una vera e propria ballata macabra, un sorvolare, tagliare e ricucire lo spazio scenico, aprire e chiudere lo sguardo, sul cinema americano degli anni '70, quello delle figure dei serial killer emblematiche nell'immaginario collettivo. Più che alla ricerca dell'ambiguità, nei suoi personaggi c'è una demoniaca affinità con il male, come se l'ordinaria catastrofe fosse insita negli incubi della notte, come se anche di giorno con i suoi ralenti, carrellate e i piano sequenza, non vi fosse tregua ma solo calma apparente. È quella stessa calma apparente che giustifica proprio il coraggio della paura, il coraggio di realizzare cinema radicalmente classico, che va oltre il citazionismo accademico e si confonde con il sangue e il vomito di quello stesso cinema osannato negli anni. Vomitare cinema di genere che fu, proprio come abbiamo visto fare a Tarantino, che sembra adesso però giunto pericolosamente, con il suo magnifico film, Bastardi senza gloria, alla pietra tombale, definitiva, e non miliare del suo genio. Quella pietra tombale, che lo stesso Michael Myers non ha ancora definitivamente coperto, che sembra però invece chiudersi sullo spazio dinanzi a noi, nei cromatismi di una realtà malata e contrastante di luci e ombre, sgranate sperimentali e rimandi espliciti al cinema di Tobe Hooper. Sdoppiamento diabolico: carezzare il fratello e  subito dopo pugnalare senza pietà il male. Si passa da una grottesca spensieratezza nel distruggere e una totale mancanza di morale, come zombi mascherati in giacca e cravatta, a una certa forma di umorismo macabro, tipico del western e del poliziesco, quello magari meno raffinato di quaranta anni fa. Non è horror d'atmosfera, ma probabilmente l'atmosfera dell'horror senza respiro che pervade gli spazi più intimi, come pulviscolo malefico e devastante che potrebbe lasciare storditi o delusi, dopo aver strofinato gli occhi in superficie e accorgersi di una voluta(?) puerilità di scrittura, di contenuti, oltre il terrore consumato, appena scorre il primo incontro con il gigante mascherato.

 

Titolo originale: id.
Regia: Rob Zombie
Interpreti: Sheri Moon Zombie, Chase Wright Vanek, Malcolm McDowell, Scout Taylor-Compton, Brad Dourif, Caroline Williams, Tyler Mane
Distribuzione: Mediafilm
Durata: 101'
Origine: USA, 2009 

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    notevole analisi. Ho avuto l'impressione che il citazionismo di Rob Zombie sfociasse, in questo ultimo film, in una sorta di deriva simbolista.