Hamlet 2000

Titolo originale: Hamlet 2000

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Regia: Michael Almereyda
Sceneggiatura: Michael Almereyda dall'opera di William Shakespeare
Fotografia: John de Borman
Montaggio: Kristina Boden
Musica: Carter Burwell
Scenografia: Gideon Ponte
Costumi:Marco Catoretti, Luca Mosca
Interpreti: Ethan Hawke (Hamlet), Kyle MacLachlan (Claudio), Sam Shepard (fantasma), Diane Venora (Gertrude), Bill Murray (Polonio),Liev Schreiber (Laerte), Julia Stiles (Ofelia), Steve Zahn (Rosencratz), Dechen Thurman (Guildenstern)
Produzione: Andrew Fierberg, Amy Hobbs per Double A Films
Distribuzione: Buena Vista International Italia
Durata: 103'
Origine: Usa, 2000

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Sulla carta il film di Almereyda avrebbe tutte le carte per irritare. D'altronde è noto che al cinema il lavoro di Shakespeare serve soprattutto a coprire le peggiori nefandezze e a spacciare Kenneth il pompiere per un genio. A uno sguardo ravvicinato, però, Hamlet 2000 si rivela un'opera complessa che doppia sul piano della messinscena il capolavoro scespiriano. Se, tanto per intenderci, l'Amleto è anche una riflessione sul valore di verità della parola (e se il fantasma del re avesse mentito ad Amleto?), sui molteplici detour della coscienza e del desiderio, allora il film di Almereyda, situandosi nello snodo dove termina il cinesecolo e inizia un'altra era di visioni, permette al dramma scespiriano di diventare la crisi stessa della percezione dell'immagine. Basti pensare al celeberrimo “Essere o non essere”, recitato tra i corridoi di un videonoleggio, nei quali Amleto, che si diletta con il "found footage" per mettere alle corde Claudio, si ritrova a essere immagine tra le immagini (e intanto su uno schermo scorre, in lontananza, Il Corvo 2…). Questa separazione tra corpi e immagine (tematizzata dall'apparizione del fantasma) è al centro del film di Almereyda: non più crisi del soggetto che nel corso del secolo si è scoperto sempre più prossimo al regno dell'inorganico (è quindi postumano…) ma crisi delle produzioni di tale soggetto ormai non più umano. L'intuizione straordinaria di Hamlet 2000 è come continuare a dare corpo a una rappresentazione ancorata alla soggettività nel regno delle merci e dei simulacri. Il dramma della vendetta e del desiderio, degli intrighi e del potere, fluttuando in una terra di nessuno sospesa tra gelidi "loft" e ascensori, gallerie d'arte e salette cinematografiche, deriva in una sorta di rappresentazione di un eterno presente cristallizzato nei suoi segni denotativi più evidenti e necessariamente superficiali. Tutte le stelle di Almereyda, parafrasando Warhol, viaggiano sulla terra. Lo spleen di Hamlet è quello di un corpo che come un servomeccanismo continua a vivere storie già vissute altrove (il fantasma del padre come demiurgo di una messinscena già scritta pertanto manipolata/manipolabile) mentre intorno a lui il paesaggio massmediale segna le metamorfosi di una percezione non più cinematografica (e che bypassa tranquillamente l'epistemologia televisiva). L'arco tematico del film di Almereyda si estende infatti da Lumiere al pixel: una visione atomica della materia che, applicata all'angoscia di Hamlet, proietta (ironicamente) Shakespeare sul proscenio del dibattito massmediologico. E' in questo intrecciarsi di sentimenti, di memoria della parola e dei corpi, che Hamlet 2000 si offre, in forme decisamente sorprendenti, come la trasposizione scespiriana più intrigante degli ultimi tempi. Amleto ritorna così a essere un nostro dolente contemporaneo il cui linguaggio, dolore e desiderio riconosciamo a contatto con tutto ciò.

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