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Hamnet. Nel nome del figlio, di Chloé Zhao

Cinema lirico e terreno insieme: visivamente grandioso, emotivamente fragile, un passo audace ma irrisolto verso un nuovo linguaggio per la regista

Wilderness, lutto e teatralità. Questi i tre elementi alla base di Hamnet. Nel nome del figlio, il quinto lungometraggio da regista di Chloé Zhao, dopo il successo globale di Nomadland e l’incursione fugace — e più che divisiva — nell’universo MCU con The Eternals. Assai distante dai linguaggi del primo e del secondo titolo, Hamnet, fedele adattamento per il grande schermo del romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, conferma la Zhao come talentuosa autrice di cinema outdoor, dunque di spazi aperti e scenari naturalistici, ancor prima dei corpi e dei volti che vi si muovono all’interno, sia che si tratti di assoluto protagonismo, sia che si tratti di marginalità.

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A scanso di equivoci, nel cinema della Zhao l’umanità non è affatto posta sullo sfondo, e la scelta degli interpreti non è mai cosa da poco; basti pensare ai due titoli precedentemente citati, entrambi all star, o quasi. Eppure, se l’esplorazione degli stati d’animo risulta sempre funzionale, realistica e talvolta perfino commovente, lo si deve proprio all’incessante contrasto tra l’immensità degli spazi, interni o esterni che siano, e la limitatezza degli uomini, che nulla possono di fronte alle scelte e alle mutazioni della natura, oppure del destino, che vi si lega misteriosamente, un po’ per stregoneria e un po’ per questioni di fede.

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Così come la O’Farrell immaginava la relazione tra il Bardo (Paul Mescal) e la moglie Agnes (Jessie Buckley) a partire dalle scintille d’amore fino alle ultimissime lacrime — causate dalla morte prematura di Hamnet, il figlio undicenne dei due, e ancora dall’abbandono della casa e dei sentimenti familiari del Bardo — la Zhao, interessata tanto alle radici del teatro quanto alle complessità matrimoniali del tempo che sono poi le medesime di oggi seppur non ancora normate da alcuna legge di sorta, sfrutta le pagine di O’Farrell dando vita a un’idea di cinema ibrido: un po’ teatro filmato e un po’ dramma coniugale.

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Tutt’attorno, gli scenari della natura permettono alla Zhao di ritrovare il proprio sguardo delle origini — quello, per intenderci, di Songs My Brothers Taught Me e The Rider – Il sogno di un cowboy — il cui silenzio riflessivo e assoluto qui latita, in funzione d’un eccesso di verbosità proprio del teatro, del “marchio” Shakespeare e del melò firmato Zhao. Nonostante l’esplorazione sagace e meravigliata degli scenari rurali, il peregrinare inquieto e rabbioso delle anime che popolano l’immaginario della regista — il quale risulta perfino erotico, almeno guardando all’iniziale tensione amorosa e carnale tra William e Agnes — Hamnet, raggiunta la prima metà del film, non sembra affatto riuscire a definirsi, perdendo più volte la via e accontentandosi perciò d’una dimensione confusa, tanto narrativa quanto stilistica, che abbraccia tutto senza effettivamente approfondire niente.

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Però, non appena la malattia dei figlioletti entra in campo, rompendo ulteriormente gli equilibri — il rapporto coniugale è già evidentemente in crisi, seppur taciuto, in un’osservazione fideistica o spaventosamente composta di rigidissime regole, o non detti (?) d’antico mondo patriarcale — la scrittura di Zhao e O’Farrell si fa improvvisamente tensiva, dinamica e focalizzata sullo scontro emotivo tra le numerose parti coinvolte, dapprima inutilmente sotto silenzio, o peggio relegato all’off screen, dunque alla capacità interpretativa dello spettatore, alle prese coi non detti e con l’immedesimazione nei differenti personaggi.

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Quando il sistema familiare crolla per cause di forza maggiore — la peste bubbonica — andando in mille pezzi, l’identità degli uomini vacilla, fino a sgretolarsi. Se Agnes rischia moltissimo, William ritrova sé stesso e la cura per ogni sua ferita nel teatro: doloroso e salvifico al tempo stesso. Nelle sue parole, che sono fatte di carta, voce e sguardo, William rivela alla propria coscienza a pezzi — e ad Agnes — tutto ciò che avrebbe voluto dire sulla vita, l’amore, il lutto e la necessità della fuga, oltre la boscaglia, oltre le campagne, oltre l’immaginazione, senza mai riuscirci.

La Zhao, dunque, si ritrova ancora una volta alle prese con l’instancabile volontà degli uomini di valicare la frontiera, la quale non è più paesaggistica, bensì emotiva e mentale. Potrebbe gridare forte in fatto di premi — Mescal e Buckley giganteggiano, offrendo due performance di rara intensità — o, al contrario, restare in silenzio, adagiato sul proprio cammino visivamente magnifico, eppure non di rado traballante e turbolento.

Al pari dell’intera prima parte e dei sensi qui chiamati a partecipare, specialmente al sopraggiungere del dolore — mai fine a sé stesso — e della grande paura: quella della morte e della fine d’una travagliata e poi pacificata storia matrimoniale, pardon, d’amore. Non di ieri, ma di oggi, condotta da due anime in balia degli eventi e di un peso emotivo che non sembrano mai realmente riuscire a portare. La Zhao commuove, ma manca di rabbia e, così, d’istinto. Meglio tornare a Die My Love di Lynne Ramsay. Vedere per credere.

 

Golden Globe 2026

-Miglior film drammatico

-Miglior attrice in un film drammatico

 

Titolo originale: Hamnet
Regia: Chloé Zhao
Interpreti: Paul Mescal, Jessie Buckley, Emily Watson, Joe Alwyn, Jacobi Jupe, Freya Hannan-Mills, Sam Woolf, Laura Guest, Bodhi Rae Breathnach, Olivia Lynes, Jack Shalloo, Faith Delaney, Elliot Baxter, Zac Wishart, Hera Gibson, Eva Wishart, Noah Jupe
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 125′
Origine: UK, USA 2025

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
3.46 (24 voti)

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