Hannibal

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Viscerale e sanguinario: l’ultimo cinema di Ridley Scott subisce una mutazione cronenberghiana e si addentra nei territori osceni della carne.
Provocatorio, affascinante, a tratti ripugnante, il personaggio Hannibal è un pioniere che viaggia verso l’interno, nel profondo e penetra nella mente degli individui, nei suoi ricordi e nel suo inconscio. Il cannibale Lecter è un divoratore di segreti e di perversioni ma è anche un virus che riesce ad insinuarsi all’interno di giganteschi corpi sociali, come l’FBI, arto americano corrotto e contaminato dalla menzogna. Se Jonathan Demme aveva incentrato la sua pellicola sulla ricerca di un serial-killer bramoso di rivestire una nuova pelle, Ridley Scott si sofferma soprattutto sul personaggio di Anthony Hopkins. Non c’è una reale indagine né tanto meno una vera inchiesta o un inseguimento ma solo una lenta rivelazione dell’identità di questo dottore, che si trasforma, pian piano, in un implacabile angelo vendicatore, estimatore del gusto, della bellezza e della purezza. La sua voracità e il suo appetito non sono mai frutto di una passione istintiva ma il risultato di una lucida considerazione sul valore della vita altrui. Mason Verger deve morire perché la sua anima è marcia. La sua faccia mostruosa è il prodotto delle sue nefandezze. E non è un caso che questo essere così poco umano, nello spirito e nel corpo, venga dilaniato da animali inferociti. Come ne Il Gladiatore lo scontro fisico tra l’uomo e la bestia (tra Mason e i cinghiali) avviene sulla terra, quasi ad evocare l’antica arena romana, mentre la coincidenza vuole che anche il nome Hannibal ci proietti nella dimensione storica della precedente pellicola di Scott, suggerendoci l’immagine del barbaro conquistatore cartaginese.
La carne, però, non è solo metafora dell’interiorità e del lato oscuro, è anche simbolo di amore e di desiderio sessuale. Hannibal taglia la sua mano per amore del suo doppio Clarice Sterling, dopo averle baciato le labbra. Il suo gesto è un atto di sacrificio ma anche un atto di castrazione, così come di castrazione si parla, vedendo l’incisione del cranio di Ray Lotta, colpevole di aver mentito, tradito e attentato al corpo di Clarice.
Ridley Scott realizza un vero e proprio romanzo visuale che non teme alcun confronto con il film di Demme: il suo Hannibal è un’opera a sé, dotato di una vita autonoma. Il regista americano, inoltre, riesce a portare sullo schermo l’immagine di una Firenze mai vista fino ad ora: cupa, misteriosa, piena di spettri e perseguitata da un passato intriso di glorie e di delitti. La Firenze di mostri e di pazzi che Dario Argento aveva scelto per la sua “sindrome di Stendhal”.
Titolo originale: Hannibal
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: David Mamet, Steven Zaillian
Fotografia: John Mathieson
Montaggio: Pietro Scalia
Musica: Hans Zimmer
Scenografia: David Crank
Costumi: Janty Yates
Interpreti: Anthony Hopkins (Dr. Hannibal Lecter), Julianne Moore (Clarice Starling), Ray Liotta (Paul Krendler), Giancarlo Giannini (Rinaldo Pazzi), Francesca Neri (Allegra Pazzi), Gary Oldman (Mason Verger), Enrico Lo Verso (Gnocco), Bruno Lazzaretti (Dante), Alex Corrado (Piero Falcione).
Produzione: Dino e Martha De Laurentiis per MGM/Universal Pictures/Dino de Laurentiis Productions.
Distribuzione: Filmauro.
Durata: 131’
Origine: Usa, 2001

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