Harry Dean Stanton, l’amico americano

Alla immedesimazione opponeva la sottrazione, il vissuto come bagaglio da cui attingere per interpretare ruoli. L’obiettivo non era mai simulare qualcuno, ma raggiungere tutta la verità necessaria.

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Che faccia che aveva Harry Dean Stanton. La bocca piccola e il volto un po’ allungato. Illuminato da due occhi profondissimi e malinconici, due raggi di luce sempre indiretti, proiettati verso qualcuno o qualcosa che non era mai la macchina da presa. C’era la vita in Harry Dean Stanton e la finzione del set ne ha fortunosamente raccolto le rifrazioni. Aveva l’aspetto di un operaio, come anche di un padre, di un gangster, di un musicista, di un carcerato, di un carcerato-musicista, di un fratello e, ovviamente, di un cowboy. “Un cowboy zen che diceva tutto senza dire nulla” ha scritto l’Hollywood Reporter. Stanton poteva essere tanti personaggi differenti, rimanendo sempre se stesso. Non seguiva il metodo, tutt’altro. All’immedesimazione fisica e psicologica opponeva la sottrazione, una forma di trasparenza, il vissuto come unico bagaglio da cui attingere per interpretare ruoli. L’obiettivo non era mai simulare qualcuno, ma raggiungere tutta la verità necessaria. “Chiunque può diventare un attore” era il suo motto.

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Aveva proprio la faccia di uno del Kentucky Harry Dean. Vi nacque 91 anni fa e lì si laureò in giornalismo e arti radiofoniche prima di intraprendere la carriera di attore. All’inizio fu molto amico di Jack Nicholson e iniziò verso la fine degli anni 50 a recitare in western come La pista dei Tomahawks di Leslie Selander e L’orgoglioso ribelle di Michael Curtiz. Il rapporto con Nicholson lo portò a Monte Hellman e a Le colline blu. Il suo aspetto da antidivo e la sua profonda americanità lo fece diventare presto, un po’ come Sam Shepard e John Cazale, una sorta di presenza morale della New Hollywood.  Il recuperatore di auto in Repo Man e il Travis di Paris,Texas, rimarranno probabilmente i suoi ruoli da protagonista più memorabili, anche se chi ha visto a Locarno il suo ultimo Lucky di John Caroll Lynch, parla già di film testamentario e di lascito memorabile. Alcune pillole di straziante commiato ci sono arrivate già dalla terza stagione di Twin Peaks, dove compare in pochi momenti dall’intensità quasi metafisica.

harry_dean_stantonSpesso nei film entrava per una durata massima di cinque minuti, quelli decisivi, quelli più importanti, quelli da storia del cinema. Ci sembra di vederli i tanti registi che hanno lavorato con lui dire ai produttori: “Questo personaggio ha solo tre battute ma ho bisogno di un attore che le reciti come cristo comanda. Ho bisogno di Harry Dean Stanton”. E così oggi ci ritroviamo davanti a una serie incalcolabile di scene madri che lo vedono protagonista: la morte di Brett in Alien, tutta giocata di suspanse con lui che poco prima di essere “preso” dal mostro si bagna la faccia con le gocce d’acqua che piovono dal soffitto, l’incontro del padre con i figli partigiani in Alba rossa di Milius (con almeno tre sfumature recitative diverse in tre minuti), il finale straziante e calmo di Straight Story, la versione di Just a closer walk with thee in Nick mano fredda. È un elenco che potrebbe proseguire per ore e ore e rischieremmo comunque di lasciare fuori qualcosa. È un attore entrato nel Mito a poco a poco, per accumulo di grandezza. Anche la fonetica del suo nome gli ha dato una mano. Tre colpi secchi, dentali, che raccontano una bellezza soltanto americana. Harry. Dean. Stanton. È stato il piccolo grande uomo per due, tre generazioni. Il nostro amico americano. Il più grande attore “casuale” della storia.

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